Il dilemma delle fotocopie

di Ernesto Longobardi

 

La teoria economica contemporanea ruota attorno ad un paradigma fondamentale: la libera interazione tra una molteplicità di agenti (essenzialmente, consumatori e imprese), ciascuno dei quali persegue il proprio interesse individuale, produce, in determinate condizioni, il risultato migliore per la collettività nel suo complesso, cioè porta ad un modo di impiego delle risorse disponibili che può essere considerato socialmente ottimo (rimangono i problemi distributivi).

Quest'idea percorre la filosofia politica del XVIII secolo (esemplare La favola delle api di Bernard de Mandeville del 1714): non è necessario che l'uomo sia buono e altruista, lasciamo pure che sia egoista e autointeressato, il risultato collettivo del libero agire individuale sarà il migliore per tutti.

La sua formulazione più nota e influente sta nella mano invisibile di Adam Smith (Ricchezza delle nazioni, 1776): il benessere non deriva dalla benevolenza del macellaio, ma dal fatto che, come per l'agire di una mano invisibile, individui che perseguono il proprio tornaconto individuale concorrono in definitiva a costruire il massimo benessere collettivo. Viene infine analiticamente dimostrata e definitivamente codificata, dopo la seconda guerra mondiale, come primo teorema fondamentale dell'economia del benessere: l'equilibrio di un mercato concorrenziale, se esiste, è un ottimo nel senso del Pareto (vale a dire è una situazione economicamente efficiente).

Si tratta, come detto, di un "paradigma". La teoria si sviluppa e si articola nell'analisi degli scostamenti dalle condizioni presupposte per la validità del teorema. In molti trattati e manuali si parla di teoria dei fallimenti del mercato. Se, per esempio, il mercato non è concorrenziale, ma monopolista, il teorema non vale. Così è per la presenza dei beni pubblici, di esternalità e via dicendo.

Una classe di fallimenti del mercato è quella nota come dilemma del prigioniero. La condizione che in questo caso viene meno, tra l'insieme delle ipotesi che sostengono il primo teorema fondamentale, è quella del contesto parametrico: si rimuove cioè l'ipotesi, necessaria per la validità del teorema, che ogni agente tratti tutti i dati nel mondo circostante come parametri, cioè non modificabili dal proprio comportamento individuale. In queste condizioni, le conseguenze per ciascuno delle proprie scelte dipendono esclusivamente da esse e sono perfettamente determinabili a priori. Quando, invece, la scelta individuale produrrà per chi la compie effetti diversi a seconda di come risponderanno gli altri si parla di contesto strategico. I problemi di interazione strategica sono studiati dalla teoria dei giochi.

Quando, in un contesto strategico, scelte individuali razionali tese a massimizzare il tornaconto individuale si risolvono in una situazione che non è la "migliore per tutti" si ha una situazione di dilemma del prigioniero. Il nome deriva dal saggio del 1950 di Merril Flood e Melvin Dresher che portò il caso per la prima volta all'attenzione della comunità scientifica illustrandolo con una triste storiella di prigionieri e di delazioni. Nella sostanza si dimostrava che in una condizione di interdipendenza tra gli agenti può facilmente succedere che quanto è conveniente per il singolo individuo non lo sia per la collettività nel suo complesso: semplificando si può dire che alla fine ci si trova tutti in una situazione peggiore di quella che si sarebbe verificata se i singoli agenti, invece di agire singolarmente e indipendentemente alla ricerca del proprio personale vantaggio, avessero seguito una qualche regola di cooperazione. D'altra parte, e qui sta l'essenza e l'importanza del ragionamento, non è razionale, per ciascuno, attenersi a patti o regole, cioè cooperare: è sempre conveniente trasgredire. Socialmente si cade in una vera e propria trappola, l'opposto del primo teorema fondamentale dell'economia del benessere.

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A partire dal 1950, il dilemma del prigioniero ha avuto una fortuna enorme. In economia è stato applicato ad una serie molto ampia di casi (mercati oligopolistici, presenza di beni pubblici, esternalità, risorse naturali ecc.). Ma ha avuto notevoli applicazioni anche al di fuori dell'economia (scienze politiche, politica internazionale) e addirittura delle scienze sociali (biologia).

Vediamo il caso dei beni pubblici. Un bene pubblico è quello che una volta messo a disposizione di un individuo, va indistintamente a vantaggio di tutti, senza che sia possibile escludere dal beneficio chi non paga un qualche corrispettivo. Se per la costruzione del bene pubblico ci si basa sulla contribuzione volontaria, nessuno avrà interesse a contribuire, dal momento che beneficerebbe comunque del bene una volta che questo fosse costruito a spese degli altri. Il bene non si costruirà mai, anche se tutti preferirebbero avere il bene, pur contribuendo alla spesa, piuttosto che non averlo.

Rientra in questa specie il caso delle fotocopie dei libri, come in generale della riproduzione di opere coperte dal diritto d'autore. Per ciascun individuo è conveniente fotocopiare, ma non sarà certo conveniente socialmente una situazione in cui non si pubblicano più libri perché, a causa delle fotocopie, non si recuperano i costi.

Le vie di uscita dal dilemma del prigioniero sono essenzialmente due.

La prima ristabilisce in qualche modo la supremazia di un meccanismo decentrato, basato cioè sulle libere azioni individuali. Questo avviene quando l'incontro tra gli operatori non avviene una volta per tutte, ma si ripete nel tempo. In questo caso potrà essere conveniente, per ciascuno, crearsi una reputazione in vista di futuri incontri e quindi cooperare. Un negozio potrà avere interesse a rifilare un bidone al turista di passaggio, non al residente che può diventare un cliente abituale.

La seconda soluzione si basa invece sull'istituzione di un insieme di regole che impongano la cooperazione e che ciascuno, per qualche motivo, rispetta. Il rispetto può derivare, come nel caso degli ordinamenti giuridici statali, dall'esistenza di un'autorità che ha la forza per far rispettare le regole. Oppure, nel caso di regole informali, non imposte con la coercizione, da qualche meccanismo per il quale ciascuno è spontaneamente portato a rispettarle (regole etiche, di solidarietà, di lealtà ecc.).

Nel caso delle fotocopie non si può far conto sul primo meccanismo, quello dei giochi ripetuti.

Dovrebbero funzionare le regole, quelle coercitivamente imposte e quelle interiorizzate. Ma, rispetto ad altre possibilità di comportamenti "devianti", funzionano meno bene sia le une sia le altre. Molti studenti che fotocopiano un libro non lo ruberebbero in una libreria. In parte perché fotocopiare un libro è meno rischioso che rubarlo: cioè funziona meno bene il potere deterrente del rischio di essere scoperti e puniti. In parte, e forse soprattutto, perché la fotocopiatura non è percepito come un fatto grave, sleale e socialmente dannoso come viene invece sentito il furto. Si tratta quindi di agire sui due fronti: da una parte aumentare, con azioni repressive adeguatamente pubblicizzate, la percezione del rischio della sanzione; dall'altra avviare fin dalle scuole primarie una campagna di informazione sulla riproduzione illegale di opere come furto.

 

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