I bimbi spesso guariscono
Sono anni che volevo scrivere. Ma scrivere vuole dire
fare i conti. Da 17 anni lavoro in ospedale, ho visto tanta gente
soffrire, ho preparato tante salme. Quando non lavoro, tolgo la divisa
bianca e mi vesto da pompiere, correndo a strappare dalla morte
sconosciuti incastrati fra le lamiere della loro auto. Insomma, sono
abituato a prendere la morte e la malattia di petto, a muso duro. Ma
quando il mio piccino, la mia dolce petunia, é rimasto
paralizzato in nemmeno 30 ore, mi sono sentito impotente, non ho potuto
lottare contro questa malattia bastarda. C'è qualcosa di
più inumano e straziante della terribile idea, tangibile quasi
da poterla toccare, di dover sopravvivere al proprio figlio? Di vederlo
spegnersi quarto d'ora dopo quarto d'ora, senza poterlo nemmeno toccare
per non esarcebare i suoi dolori?
Spero di non scoprirlo mai. Ma questa lettera la scrivo perché
sia di aiuto e di
testimonianza per altri genitori che abbiano ad avere un figlioletto
toccato dalla GBS. Quindi veniamo ai fatti e a come mio figlio è
tornato a correre, per ora.
Aveva da poco passato il suo quarto compleanno, quando un mattino,
scendendo dal letto, si lamenta per il male alle gambe. Penso che abbia
"dormito storto"... cosa avreste pensato voi? Vabbè, per oggi
niente asilo. Intanto gioca, ma non corre per la casa come al solito,
sta tranquillo in cameretta. Il fratello più grande occupa la
mia attenzione, deve andare a scuola; fa colazione, ingurgita il suo
anti-epilettico (piove sempre sul bagnato), cartella e via.
Passa la mattina, è ora di fare il turno del pomeriggio. Ma alla
sera suona il telefono del reparto, è mia moglie: il bambino adesso ha anche male alle
spalle e non può fare la cacchina perché non riesce a
stare seduto per il male alle cosce. Smonto, vado a casa e lo
porto in pediatria. Me lo isolano per sospetta meningite. Madonna, la
meningite! (che cretino che sono, magari fosse stata meningite). E'
tarda sera, le gambe ormai sono dolenti pezzi di carne inutile, non si
muovono più, le braccia le alza sempre meno. Il
pediatra dell'ospedale si lamenta che quando arrivo io non è mai
per cose semplici (ormai siamo amici, dopo che ha salvato la pelle al
mio figlio più grande, ma questa è un'altra storia), e mi
dice di prendere la macchina e portare Marco all'ospedale pediatrico.
In un ora siamo lì. Ci isolano, forse è meningite,
dicono, ma mi sto convincendo che non lo è. Decido di fare
l'unica cosa che posso fare... rompo le scatole. E le rompo tanto che
alla proposta di fare, per l'indomani, una risonanza magnetica
midollare, ottengo per il tramite di una giovane dottoressa, grazie a
Dio fresca di studi, di prendere in braccio la dolce petunia,
attraversare la strada e andare al CTO a farla subito.
Le braccia ormai non si muovono più ed anche le dita fanno male.
Preparano il mezzo di contrasto e lo iniettano nell'agocanula,
l'anestesista prepara la dormia, ma il mio piccolo campione non ne ha
bisogno: non si lamenta, sta fermo e bravo come un angioletto. Da quel
momento fino alla fine di questa sciagurata avventura, i ruoli
si invertono: mio figlio è l'adulto, con compìta
rassegnazione
accetterà ciò che accade e, al fianco dei genitori,
inizierà una lotta senza sosta contro la bastarda. Il radiologo
mi mostra sul monitor il midollo del bimbo: sembra un albero natalizio,
tutti i nervi sono inzuppati di contrasto, non trovo luogo senza
infiammazione.
Si torna all'ospedle, un letto in pediatria, ancora non sappiamo che
vivremo lì a lungo. Viene mattina, Marco respira male, penso che
i
muscoli accessori o il diaframma stiano seguendo la via di gambe e
braccia. Appena l'ospedale si sveglia, il primario ci manda una schiera
di consulenti che, a turno, per due ore fanno tutti gli accertamenti
possibili, poi ci inviano di nuovo al CTO a fare le prove di
elettroconduzione. Vanno male. Il medico che esegue l'esame mi dice che
la velocità gomito-polso deve essere di 60 metri al secondo, ma
Marco viaggia a 6,4 metri al secondo. Dopo un'ora siamo di nuovo in
reparto e veniamo convocati dal primario che ci parla della GBS. Firmo
della roba. Ci dice che in 37 anni di servizio ha visto due casi, ma
sembra convinta che Marco sia il terzo.
Occorrono le immunoglobuline, gliele faranno in dose massiccia in breve
tempo anziché in bassa dose in più giorni come da
protocollo, perché pare funzionino meglio. Nel pomeriggio
iniziano
le infusioni. Il bambino, il giorno dopo, non sta meglio, ma neanche
peggio. Sembra che la cosa si sia fermata. Marco respira ancora per
conto suo. Decidono per un secondo ciclo di immunoglobuline, ma devono
interromperlo per l'arrivo di una forte febbre. Passano due giorni e
finalmente riesco a fare al primario la domanda che mi martella la
testa: il bimbo sta morendo?
Non lo sa, forse no, mi parla un po' della GBS. Nel pomeriggio arriva
una assistente sanitaria a parlarmi dell'invalidità, delle
carrozzine e di tutta una serie di moduli. Mi sento meglio, forse non
muore. Trovo un alloggetto vicino all'ospedale per mia moglie, che nel
frattempo non dorme e non mangia quasi (cosa che alle mogli non
nuoce, di norma), ma considerando che teneva nel pancione il terzo
pargoletto, doveva riposare decentemente.
Io decido di restare fisso in ospedale. Di notte la sedia a sdraio per
i
parenti resta vuota. Marco mi esige sempre al suo fianco. Andiamo in
sala giochi tutte le notti a raccontare storie. Ormai il peggio
è
passato. Nel giro di nemmeno due mesi di ospedale Marco ricomincia a
muovere le ditina, poi le gambe, poi le braccia. Fa di nuovo cacca
senza bisogno delle perette. Piano piano passiamo al bastone. Oggi, a
distanza di tre anni, salta come un grillo; certo si stanca presto, ma
se non fosse per l'assenza dei riflessi inutilmente evocati col
martelletto, potremmo dire che nulla è accaduto (tranne la
perdita di 10 anni di vita miei e di mia moglie).
Ora non ci resta che sperare che Giovanni (che ringrazio per
l'aiuto che mi diede in quei frangenti) si sbagli quando ipotizza un
ritorno della malattia nel 3% dei casi.
Ivano
16 marzo 2010
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