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Tiziano Terzani

Un altro giro di giostra
Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo

578 pag., Euro 18,50 ­ Edizioni Longanesi (Il Cammeo n. 415)
ISBN: 88-304-2142-1

 Tiziano ci ha salutato

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 http://www.tizianoterzani.com/
 

"Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo è straordinario, che niente, mai ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra."

In questo drammatico momento in cui l'uomo occidentale deve confrontarsi inevitabilmente con l'idea della guerra e quindi della morte, spesso "rimossa" dai nostri pensieri, Terzani affronta questo tema da un altro punto di vista: quello legato alla malattia. E ancora una volta riesce a spiazzarci.
Voglio confessare che ho, sì, affrontato la lettura di questo libro con un iniziale deferenza nei confronti di un autore e un uomo che stimo, ma anche con un crescente senso di disagio. Il celebre giornalista scrittore racconta l'eccezionale e tragica esperienza di un uomo malato di cancro che tuttavia può viaggiare, cercare appoggi, anche solo psicologici o morali, e alternative terapeutiche in tutto il mondo: dal centro più specializzato di New York alle svariate e complesse discipline mediche che si incontrano in India, dalla medicina tibetana al lavaggio del colon tailandese alle formule segrete dei funghi di Hong Kong ai guaritori filippini a un centro alternativo in California... Cosa potrà trovare in questa vicenda straordinaria un altro uomo (un ipotetico lettore) che, afflitto dai suo medesimi problemi, viva nell'impossibilità di una scelta, costretto, dalla sanità pubblica e dei suoi pochi mezzi, a un percorso terapeutico di tutt'altro genere? Avevo quasi rabbia, nello scorrere pagina dopo pagina, per quel suo potersi permettere tutto, ma piano piano la rabbia si è stemperata e trasformata in comprensione, rispetto, partecipazione e ho capito che il racconto andava nella direzione opposta: quella dell'inutilità di tutta questa ricerca e dell'importanza estrema, ultima dell'interiorità, che accompagna ognuno di noi indipendentemente dalla condizione economica e sociale. Alla fine di questo viaggio alla ricerca della "soluzione", della "medicina ideale" che è soprattutto un viaggio all'interno di sé stessi, cosa rimane? Cosa deve essere salvato? Il percorso difficile della malattia può davvero fare crescere anche in positivo? C'è un segreto per vedere in modo costruttivo qualunque esperienza della vita? Terzani con il suo intenso racconto vuole dirci di sì. "La morte ci toglie tutto. Se riuscissimo ad alleggerirci prima ci sentiremmo più liberi" dice il saggio gioielliere di Delhi Sundar Nagar. È forse questa la via verso la serenità? E come può trovarla un uomo che vive in questa società così strettamente legata ai beni materiali e alla "fisicità"? "Dobbiamo vivere più naturalmente, desiderare di meno, amare di più e anche i malanni come il mio diminuiranno", scrive quasi al termine del volume Terzani. E credo che lo pensi veramente. Il suo cammino si è fermato sull'Himalaya, dopo l'illuminante incontro con un vecchio saggio. Ora, ci dice, saprà godere la vita in ogni attimo che rimarrà, osservando le nuvole con la stessa intensa consapevolezza della coscienza che si espande al di là del corpo, libera,senza legami ovunque lui sarà, sia negli altipiani himalayani che "su un prato nell'Appennio, sulla terrazza della casa a Firenze, o al margine di un'autostrada". "Un lieto fine questo? E che cos'è lieto, in un fine? E perché tutte le storie ne debbono avere uno?"

 

Le prime righe

UN CAMMINO SENZA SCORCIATOIE

Si sa, capita a tanta gente, ma non si pensa mai che potrebbe capitare a noi. Questo era sempre stato anche il mio atteggiamento.
Così, quando capitò a me, ero impreparato come tutti e in un primo momento fu come se davvero succedesse a qualcun altro.
«Signor Terzani, lei ha il cancro», disse il medico, ma era come non parlasse a me, tanto è vero - e me ne accorsi subito, meravigliandomi - che non mi disperai, non mi commossi: come se in fondo la cosa non mi riguardasse.
Forse quella prima indifferenza fu solo un'istintiva forma di difesa, un modo per mantenere, un contegno, per prendere le distanze, ma mi aiutò. Riuscire a guardarsi con gli occhi di un sé fuori da sé serve sempre. Ed è un esercizio, questo, che si può imparare.
Passai ancora una notte in ospedale, da solo, a riflettere. Pensai a quanti altri prima di me, in quelle stesse stanze, avevano avuto simili notizie e trovai quella compagnia in qualche modo incoraggiante. Ero a Bologna. C'ero arrivato attraverso la solita trafila di piccoli passi, ognuno di per sé insignificante, ma nell'insieme, decisivi, come tante cose nella vita: una persistente diarrea incominciata a Calcutta, vari esami all'Istituto delle Malattie Tropicali a Parigi, altri esami per scoprire la causa di un'inspiegabile anemia, finché un accorto medico italiano, non accontentandosi delle spiegazioni più ovvie, s'era messo con un suo strano strumento - un penetrante serpentaccio di gomma dall'occhio luminoso - a guardare nei recessi più reconditi del mio corpo e, per coltivata esperienza, aveva immediatamente riconosciuto quel che conosceva.


Luci di un'alba a New York, dove la felicità non è di casa
«Avevo l'impressione che a goderci la bellezza di Manhattan eravamo davvero in pochi»
di Terzani Tiziano

L'11 marzo 2004, il Corriere aveva anticipato un capitolo di «Un altro giro di giostra», l'ultimo libro di Terzani. Lo scrittore racconta il suo viaggio in America, dove era andato per curarsi

In India si dice che l'ora più bella è quella dell'alba, quando la notte aleggia ancora nell' aria e il giorno non è ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non è ancora netta e per qualche momento l' uomo, se vuole, se sa fare attenzione, può intuire che tutto ciò che nella vita gli appare in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non sono che due aspetti della stessa cosa. Sono diversi, ma non facilmente separabili, sono distinti, ma «non sono due». Come un uomo e una donna, che sono sì meravigliosamente differenti, ma che nell' amore diventano Uno.
Quella è l' ora in cui in India - si dice - i rishi, «coloro che vedono», meditano solitari nelle loro remote caverne di ghiaccio nell' Himalaya caricando l' aria di energie positive e permettendo così anche ai principianti di guardare, appunto in quell' ora, dentro di sé, alla ricerca della spiegazione di tutto.

Non so dove meditassero i rishi americani, ma l'alba era anche per me a New York l'ora più bella, quella in cui davvero l'aria mi pareva più carica di qualcosa di buono e di speranza. Certo era così perché i primi, rassicuranti bagliori del nuovo sole scioglievano, specie per un ammalato, le paure della notte, ma anche perché, affondata ancora in un relativo silenzio, la città, senza le folle dei suoi abitanti, era al suo poetico meglio: con le cartacce che svolazzavano come gabbiani per le grandi, dritte strade deserte, qualche raro taxi che lentamente andava in cerca di un primo cliente e i barboni ancora raggomitolati nelle loro coperte sui bocchettoni di sfiato della metropolitana. Misteriosi buchi qua e là nell' asfalto soffiavano in aria strane colonne di vapore bianco, come fossero le narici dei draghi ancora addormentati nelle viscere calde di quello straordinario cuore di New York che è Manhattan.

Nella doppia luce di quell' ora la città stessa sembrava meditabonda, raccolta su di sé, concentrata sul suo essere, prima di diventare il campo di battaglia delle infinite guerre che ogni giorno si celebrano sulle scrivanie e nei letti dei suoi palazzi, ai tavoli dei suoi ristoranti, per le strade e nei suoi parchi: guerre di sopravvivenza, di potere, di avidità.

New York mi piaceva moltissimo. Adoravo, quando ero in forze, attraversarla in lungo e in largo, a piedi, a volte per ore di seguito. Ma mi era anche impossibile in certi momenti non sentire il carico di lavoro, di dolore e sofferenza che ogni suo grattacielo rappresentava. Guardavo il Palazzo delle Nazioni Unite e pensavo a quante parole e quante menzogne, a quanto sperma e quante lacrime venivano versate nell' inutile tentativo di gestire una umanità che non può essere gestita, perché il solo principio che la domina è quello dell' ingordigia e perché ogni individuo, ogni famiglia, ogni villaggio o nazione pensa solo al suo e mai al nostro. Camminavo davanti al Plaza Hotel, passavo davanti al Waldorf Astoria, i grandi, famosi alberghi di New York, dove sono scesi e scendono ancora i dittatori, i capi di Stato e di governo, le spie e i rispettabili assassini di mezzo mondo, e ripensavo alle decisioni prese, ai complotti che, orditi in quelle stanze, hanno cambiato i destini di vari Paesi rovesciandone i regimi, uccidendone gli oppositori o facendo sparire nel nulla qualche dissidente prigioniero.

Guardavo le insegne delle banche, le bandiere che sventolavano sugli edifici delle grandi società di varie nazionalità e di vari intenti, ma tutte, immancabilmente, con radici qui e immaginavo come qualche signore incravattato - uno per il quale nessuno ha votato, del quale i più non han mai sentito pronunciare il nome, uno che sfugge al controllo di tutti i parlamenti e di tutti i giudici del mondo - avrebbe da lì a qualche ora deciso, in nome del sacrosanto principio del profitto, di ritirare miliardi di dollari investiti in un Paese per metterli in un altro, condannando così intere popolazioni alla miseria.

La razionale follia del mondo moderno era tutta concentrata lì, in quei pochi, meravigliosi, vitali chilometri quadrati di cemento fra l'East River e l'Hudson, sotto un cielo terso, sempre pronto a riflettere l' increspato splendore delle acque. Quello era il cuore di pietra del dilagante, disperante materialismo che sta cambiando l' umanità; quella era la capitale di quel nuovo, tirannico impero verso il quale tutti veniamo spinti, di cui tutti stiamo diventando sudditi e contro il quale, istintivamente, ho sempre sentito di dovere, in qualche modo, resistere: l'impero della globalizzazione.
E proprio lì, lì nel centro ideologico di tutto quel che non mi piace, ero venuto a chiedere aiuto, a cercare salvezza! E non era la prima volta. A trent' anni c' ero arrivato, frustrato da cinque anni di lavoro nell' industria, per rifarmi una vita come la volevo. Ora c' ero tornato per cercare di guadagnare tempo sulla scadenza di quella vita. Anche la prima volta avevo sentito forte la profonda contraddizione fra la naturale gratitudine per ciò che l' America mi dava - due anni di libertà pagata per studiare la Cina e il cinese alla Columbia University per prepararmi a partire da giornalista in Asia - e il disprezzo, il risentimento, a volte l' odio, per ciò che l' America altrimenti rappresentava.

Quando nel 1967 Angela e io, entusiasti, sbarcammo a New York dalla Leonardo da Vinci che ci aveva presi a bordo una settimana prima a Genova, l' America cercava, con una guerra sporca e impari, di imporre la sua volontà a un misero popolo asiatico armato solo della sua cocciutaggine: il Vietnam. Ora l' America, con una ben più sofisticata, meno visibile e per questo meno resistibile aggressione, stava cercando di imporre al mondo - assieme alle sue merci - i suoi valori, le sue verità, le sue definizioni di buono e di giusto, di progresso e... di terrorismo.

A volte, vedendo entrare e uscire dai grandi, famosi edifici della Quinta Strada o di Wall Street eleganti signori con le loro piccole valigette di bel cuoio, mi veniva il sospetto che quelli fossero gli uomini da cui bisognava guardarsi e proteggersi. In quelle borse, camuffati come «progetti di sviluppo», c' erano i piani per dighe spesso inutili, per fabbriche tossiche, per centrali nucleari pericolose, per nuove, avvelenanti reti televisive che, una volta impiantate nei Paesi a cui erano destinate, avrebbero fatto più danni e più vittime di una bomba. Che fossero loro i veri «terroristi»?

Con le strade che si popolavano subito dopo l'alba, New York perdeva ai miei occhi la sua aria incantata e a volte mi appariva come una mostruosa accozzaglia di tantissimi disperati, ognuno in corsa dietro a un qualche sogno di triste ricchezza o misera felicità.
Alle otto la Quinta Strada, a sud di Central Park, a un passo da casa mia, era già piena di gente. Zaffate di profumi da aeroporto mi riempivano il naso a ogni donna che, correndo col solito cartoccio della colazione in mano, mi sfiorava per entrare in uno dei grattacieli. Che modo di cominciare una giornata! (...)
La folla a quell' ora era di gente per lo più giovane, bella e dura: una nuova razza cresciuta nelle palestre e alimentata nei Vitamin-shops. Alcuni uomini più anziani mi pareva di averli già visti in Vietnam, allora ufficiali dei marines, e ora, sempre dritti e asciutti nell' uniforme di businessman, sempre «ufficiali» dello stesso impero, impegnati a far diventare il resto del mondo parte del loro villaggio globale.

Quando stavo a New York la città non era ancora stata ferita dall' orribile attacco dell' 11 settembre e le Torri gemelle spiccavano snelle e potenti nel panorama di Downtown, ma non per questo, anche allora, l' America era un Paese in pace con se stesso e col resto del mondo. Da più di mezzo secolo gli americani, pur non avendo mai dovuto combattere a casa loro, non hanno smesso di sentirsi, e spesso di essere, in guerra con qualcuno: prima col comunismo, con Mao, con i guerriglieri in Asia e i rivoluzionari in America Latina; poi con Saddam Hussein e ora con Osama bin Laden e il fondamentalismo islamico. Mai in pace. Sempre a lancia in resta. Ricchi e potenti, ma inquieti e continuamente insoddisfatti.
Un giorno, nel New York Times mi colpì la notizia di uno studio fatto dalla London School of Economics sulla felicità nel mondo. I risultati erano curiosi: uno dei Paesi più poveri, il Bangladesh, risultava essere il più felice. L' India era al quinto posto. Gli Stati Uniti al quarantaseiesimo!

A volte avevo l' impressione che a goderci la bellezza di New York eravamo davvero in pochi. A parte me, che avevo solo da camminare, e qualche mendicante intento a discutere col vento, tutti gli altri che vedevo mi parevano solo impegnati a sopravvivere, a non farsi schiacciare da qualcosa o da qualcuno. Sempre in guerra: una qualche guerra.

Una guerra a cui non ero abituato, essendo vissuto per più di venticinque anni in Asia, era la guerra dei sessi, combattuta in una direzione soltanto: le donne contro gli uomini. Seduto ai piedi di un grande albero a Central Park, le stavo a guardare. Le donne: sane, dure, sicure di sé, robotiche. Prima passavano sudate, a fare il loro jogging quotidiano in tenute attillatissime, provocanti, con i capelli a coda di cavallo; più tardi passavano vestite in uniforme da ufficio - tailleur nero, scarpe nere, borsa nera con il computer - i capelli ancora umidi di doccia, sciolti. Belle e gelide, anche fisicamente arroganti e sprezzanti. Tutto quello che la mia generazione considerava «femminile» è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.

© 2004 Longanesi & C.


"Caro Tiziano, tu ti sei aperto a noi lettori facandoci partecipi di quel bel mondo che avevi nel cuore...era un mondo fantastico che mi ha fatto sognare le cose più belle della vita, il midollo stesso della vita...Grazie per la tua simpatia, il tuo genio, la tua intelligenza, la tua delicatezza, la tua forza, il tuo coraggio, la tua passione, la tua curiosità, la tua tolleranza, la tua capacità di metterti sempre in discussione, di metterti in viaggio...!!! Grazie e spero di incontrarti e diventare tuo amico nell'aldilà, così potrò riascoltare le tue storie..."

Addio a Tiziano Terzani
di Stefano Arduini (s.arduini@vita.it) - 29/07/2004

E' morto il giornalista e scrittore Tiziano Terzani: ad annunciarlo è stata Angela Terzani. ''Il 28 luglio, nella valle di Orsigna - si legge in una dichiarazione di Angela Terzani - è serenamente scomparso o, come preferiva dire lui, ha lasciato il suo corpo, Tiziano Terzani

Pubblichiamo di seguito un'intervista al giornalista scomparso pubblicata su Vita-non profit magazine nel marzo del 2002 a firma di Emanuela Citterio. Tema? Ovviamente il "viaggio"

Ha lasciato la sua casa sull'Himalaya, dove vive in solitudine lontano da tutti, per rispondere a Oriana Fallaci con le sue Lettere contro la guerra dal Pakistan e dall'Afghanistan. Tiziano Terzani, uno dei giornalisti italiani più conosciuti nel mondo, dal '92 vive stabilmente in India. Ha vissuto in Asia, girandola tutta e scrivendone, per quarant'anni. Il viaggio sembra essere diventato tutta la sua vita.


Cosa significa per lei viaggiare?

Significa calarsi il più possibile nella realtà che si incontra. Lasciarsi guidare dalla curiosità. E seguire un filo. Quando viaggio mi lascio guidare dal caso, dagli incontri fortuiti e dall'imprevisto. Come mi è successo a novembre in Afghanistan, quando ho incontrato in un bazar di Peshawar un capo dei talebani. Sempre in Afghanistan mi sono fatto guidare da due studenti delle scuole coraniche. Mi hanno aiutato a vedere il mondo con i loro occhi, altrimenti avrei viaggiato utilizzando solo i miei occhi e i miei pregiudizi, andando solo dove le mie scelte mi portavano.


Cosa porta in un viaggio?

Medicine, un computer, dei block notes e qualche libro. Prima di partire attingo sempre alla piccola biblioteca che mi sono costruito. Il viaggio vero è solitario. Alle volte però si ha bisogno di compagnia, e allora i migliori compagni per me sono i libri: stanno zitti quando non li vuoi sentire e parlano quando li vuoi ascoltare. Ti danno moltissimo senza chiedere nulla e ti aiutano a capire senza ingombrarti.


Qualche regola per entrare in contatto con la realtà e la cultura del Paese in cui si arriva...

La prima è non andare mai negli alberghi per turisti. Nel mio caso, non dormo mai negli alberghi frequentati dai giornalisti, dove c'è un'orribile inseminazione reciproca di voci e di sciocchezze. A Islamabad vivevo in una pensioncina nella città universitaria. L'albergo di lusso per turisti fa parte della giostra ad aria condizionata da cui ti fanno vedere un Paese. Tutt'altra cosa è partire dalla casa da tè del bazar dei raccontastorie di Peshawar. C'è sporco per terra e si mangia il pane azzimo invece delle brioscine.


Come si veste?

Cerco di cammuffarmi un po', non per fingere ma per partecipare, per immedesimarmi. Tra me e l'altro c'è un'enorme distanza, spesso incolmabile. Se camaleonticamente prendo un po' il colore dell'altro, per esempio vestendomi come lui, questa distanza si accorcia. In questo modo sono stato l'unico occidentale non musulmano a partecipare in Pakistan all'annuale riunione di un milione e mezzo di musulmani vicino a Lahore. Se fossi andato in giacca e cravatta con la macchina fotografica non avrei certo vissuto quell'esperienza.


Che differenza c'è tra il turista e il viaggiatore?

Il turismo consuma tutto. L'industria turistica è orribile non solo per fenomeni come la pedofilia e il mercato del sesso, ma perché ha creato una mentalità da prostituzione. Si vende tutto di un luogo e delle persone che lo abitano pur di fare soldi. Come è accaduto della mia città, Firenze, trasformata in un'enorme bottega. Il turista scende da un aereo con l'aria condizionata e viene prelevato da un autobus con l'aria condizionata. Negli alberghi trova la cucina internazionale che è uguale dappertutto e si lava con un sapone che è lo stesso a Roma e a Timbuktu. Da noi viene caricato su una barchetta al largo di Benares, fa quattro foto e torna dicendo di aver visto l'India.


E il viaggiatore?

Per tornare viaggiatori bisognerebbe ritornare a essere come gli unici veri viaggiatori: i pellegrini. Solo così è possibile salvare il turismo e le sue destinazioni. In Cina, secoli e secoli fa il primo turista è stato uno che ha lasciato la sua casa per cercare in India le scritture sacre, i testi vedici, che poi ha tradotto dal sanscrito al cinese e sono ancora oggi conservati in due pagode nel sud del Paese. Il pellegrino è uno che ha rispetto, che venera il posto in cui va.


Un paio di consigli per tornare a essere viaggiatori...

Bisogna darsi tempo. Chi pensa di fare tutto in tre giorni, visitando ogni ora qualcosa, ha finito di vivere il viaggio, non può mai lasciarsi andare. Si dovrebbe poi viaggiare alla ricerca di qualcosa. Ci può essere chi è mosso dal desiderio di conoscere un posto dove si coltiva la barbabietola in modo diverso. è già qualcosa, è una ragione per viaggiare. Bisogna prepararsi alla scoperta, leggere qualcosa di bello, ritrovare la poesia del viaggio.

© 1994 - 2004 Gruppo Vita (www.vita.it)

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> Le testimonianze di lettori ed amici <
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La forza degli Usa è la loro debolezza
E a Kabul è ricominciato il "grande gioco"

intervista a Tiziano Terzani raccolta da Alessandra Garusi

"NON STARÒ AL MIO IMPEGNO di tenermi fuori dal mondo. Da quando 'Osama bin Laden smoked me out of my cave', mi sono rimesso da 'pensionato', con una press card falsa fatta a Bangkok, on the road, prima lunga la frontiera pak-afghana e poi a Kabul. Sono ora nel mio rifugio fra le montagne per ricaricare le batterie ed affrontare l'Italia". Così scriveva Tiziano Terzani in una email inviata agli amici, il 18 gennaio, dall'Himalaya indiana. Gli abbiamo parlato a margine di uno dei tantissimi incontri del suo "pellegrinaggio di pace" in tutta Italia.

Qual è l'Italia che ha ritrovato?
Manco da questo paese da più di trent'anni. Non ci sono mai stato a lavorare. Ho lasciato l'Italia nel 1971, per andare a Singapore, e ci sono tornato sempre e solo per visitare la famiglia. Per cui è un paese che non conosco e che riscopro ora. Lei conosce la storia: ho scritto questo libro, "Lettere contro la guerra", che non era previsto. Cioè avevo chiuso con il mondo del giornalismo. A sessant'anni, avevo preso una decisione euro-indiana, quella di andare in pensione, ma di fare come gli indiani: di partire per un viaggio più dentro che fuori. Davvero, non mi interessava più il mondo, dover andare ad inseguire le guerre... Tuttavia l'11 settembre era una di quelle vicende davanti alle quali non potevo continuare a guardarmi l'ombelico in cima ad una montagna. Dovevo rimettermi in cammino. E così ho fatto: due mesi alla frontiera pakistano-afghana, poi tre settimane a Kabul.
Ho sentito di avere un dovere: quello di raccontare una storia che da tanto tempo non raccontavo. Che è la storia della pace. Dopo trent'anni da corrispondente di guerra, dovevo fare qualcosa che era nuovo per me: il corrispondente contro la guerra. L'idea del pellegrinaggio non nasce dal dover "spingere il libro", perché questo cammina comunque con le sue gambe. Ma potevo approfittare di questo per andare a raccontare la storia di una speranza. Ho mandato una e mail in giro per l'Italia, dicendo che sarei andato dovunque fossi stato invitato, tranne ai tv show. Ho ricevuto inviti soprattutto dalle scuole.
Allora, che Italia vedo? Ci sono due Italie: una in doppiopetto, di quelli per bene, che fanno le corna, che dicono una cosa e poi forse ne pensano un'altra. Che dicono all'audience ciò che l'audience vuol sentire. Poi c'è un'Italia di giovani, interessata a qualcosa di diverso: a sentir parlare il cuore. Un'Italia non vuole abituarsi all'ipocrisia della politica. E questo mi sembra interessante. Questa è un'Italia diversa, che si pone problemi, un'Italia sensibile, un'Italia che mi sorprende davvero. Specie fuori dalle grandi città. Vado dai giovani fino ai 17-18 anni. Sono meravigliosi. Non hanno paura del nuovo. Cominciano a cambiare quando vanno all'università. Mi chiedono cose intellettuali. Sfidano le cose che dico, scoprendo le contraddizioni delle parole. Però è un bel paese, pieno di volontà.
Mancano i grandi, ma anche i piccoli maestri. Se uno si presenta con l'aria di un barbone, con delle cose diverse da dire, che parla col cuore, che dice quello che pensa, che non ha una sua agenda che è quella di farsi eleggere, fondare una nuova religione o aprire un negozio di aroma terapia Ho fatto il primo passo di questo cammino a Firenze, nel Palazzo Vecchio. E ho detto una cosa: "Vorrei essere ricordato alla fine della mia vita per una qualità, la sincerità. Dire quello che sento di dover dire". E la gente scopre presto che dici quello che credi sia vero. Quello che provi. E non quello che ti è utile o quello che pensi gli altri godano a sentire.

Come mai le forze "altre" sono sempre così fragili e così scollegate fra di loro?
È la storia di Bush. Ha reagito nella maniera più banale, più ovvia, più stupida. E la stupidità è più semplice. La nonviolenza è una cosa complicata. Per la guerra ci vuole un esercito e dei generali. Per la pace ci vuole un grande esercito e dei grandi generali. Ci vuole molto di più a rafforzare moralmente un "soldato della pace" che addestrare un paracadutista a sgozzare la gente. La pace è più difficile. Anche perché l'uomo è naturalmente più portato alla violenza. Viviamo in un mondo violento: queste città orribili in cui bisogna sempre correre. Il mercato che ti impone di sopravvivere, uccidendo il tuo vicino. La scuola che ti insegna a tirare gomitate nello stomaco per arrivare primo. Per cui la reazione più normale, è la violenza. Dunque chi si propone di cercare altre vie, ha la strada dura.

Questo vale anche per i riservisti israeliani...
Sì. Ci vuole una grande forza culturale. Lo dico sempre: una vera grande civiltà - e quella ebraica, Dio mio, lo è - dimostra la sua grandezza nell'essere permeabile a valori anche diversi e nel mettersi in discussione. Che è capace di vedere autocriticamente i propri valori. Che si rafforza moralmente, prima ancora che con le armi.
L'America sta perdendo moltissimo, vincendo con le armi. Perché quest'America, che era il sogno per tutti i poveri, gli emigranti, oggi sta diventando un paesaggio cattivo che con le nuove regole nega tutto il sogno: l'american way, democracy, i diritti uguali per tutti Ora c'è una legge per gli americani e un'altra per i non americani. Gli americani sospettati di essere terroristi possono essere incarcerati senza habeas corpus, senza vedere un giudice, e teoricamente possono essere fucilati perché due in un tribunale militare hanno deciso così. È questa l'America verso la quale sono andati milioni di emigranti, sono fuggiti gli ebrei? No. Eppure è forte, ha le "bombe intelligenti" che entrano nei buchi delle montagne. Ma è una società forte? No, è una società che si indebolisce con la sua forza.
Anche la mia amata India: non è mai stata così debole, con le bombe atomiche, gli eserciti schierati sulla frontiera pachistana.

[...]

Chi sta raccogliendo l'eredità del Mahatma Gandhi in India o altrove?
Di eredi, non ne vedo. Anzi trovo che la pace non sia più di moda. Però questo non vuol dire che non debba essere giusta. E poi la moda cambia: minigonne diventano maxigonne L'11 settembre deve aver colpito qualcosa nella coscienza dell'umanità. Perché è stato così orribile. E così mediaticamente presente nel cuore di tutti. L'hanno visto tutti: gli eschimesi, i bantù, ecc. Immaginando quel che viene dopo e vedendone un po', uno dovrebbe dire: qui bisogna fermarsi. Questa è la mia speranza.

Lei ha un sogno?
No, li ho realizzati tutti. Forse quello di morire in pace. Ho avuto una vita terribilmente felice. Non ho mai lavorato. Perché tutto quello che ho fatto, lo amavo. L'avrei fatto comunque.

C'è qualcosa che l'Occidente ha dimenticato?
Viviamo delle vite orribili, in Occidente: non ridiamo più; si è dimenticata la morte. Senza la morte, la vita diventa tremenda. Perché non c'è la gioia di ciò che passa, di ciò che è unico, irripetibile. Credo sempre di più che la bellezza della vita sia nel simbolo del tao, che è l'armonia degli opposti. Per questo dico che è sacrilego e innaturale voler eliminare il male. Innanzitutto, chi determina cos'è il male? Forse devono esserci entrambi. Si tratta di trovare un modo per raggiungere un equilibrio. Cosa sarebbe il mondo, se non ci fossero le donne? La vita senza la morte? Il giorno senza la notte? La luce senza le tenebre? L'uomo senza la sua ombra?

Quanta Asia c'è dentro di lei?
Trent'anni di una vita diversa, in un mondo diverso. A pensare pensieri diversi. A leggere giornali diversi. Tutto ciò fa una persona diversa. Però, in fondo, è una vernice. Dentro sono uno che più invecchia e più diventa fiorentino. Nel mio Dna c'è tutta la mia toscanità. E mi scopro non solo a fare gesti, ma anche a pensare come pensava la mi' nonna. In realtà, tutto ciò di cui vengo accusato - che sono asiatico, indiano - è una stupidata.
Perché la psiche, il cuore, è uguale per tutti. Se lei è madre in India o fra gli eschimesi, ama suo figlio alla stessa maniera. È solo il modo di esprimersi, che cambia. L'uomo non ha meno paura di morire o della solitudine qui rispetto a là. È che in alcune parti ha imparato a morire meglio, a stare meglio da solo.

Cosa succederà dopo questa prima fase della guerra in Afghanistan?
L'America è su una brutta china: limitazione delle libertà, arroganza della violenza. La speranza è l'Europa. Ha una grande chance: quella di riscoprire l'unità nella sua diversità. Noi abbiamo una lunga storia di massacri superati, di grandi conflitti digeriti. Per cui possiamo comprendere l'altro molto meglio degli americani, che hanno fatto del melting pot un pissing pot [un vaso da notte, ndr.].
L'Europa ha la possibilità di riscoprire i suoi valori, la sua storia, e di aiutare anche l'America ad uscire da questo vicolo cieco. Il problema è che l'Europa deve trovare una leadership politica più creativa. Quella attuale non è capace di inventare niente. Siccome la situazione è nuova, ci vuole gente capace di pensare il nuovo. Occorre gente che non abbia paura di perdere le elezioni, che abbia il coraggio di esporsi, di dire le cose impopolari. O magari di dire le cose semplici che sono popolari e che poi portano sacrifici.
Oggi, in Occidente, bisogna dire chiaramente che dobbiamo dividere la nostra ricchezza. Dobbiamo cambiare atteggiamento nei confronti del mondo. La Banca mondiale, il debito, l'Organizzazione mondiale del commercio, ecc., tutto ciò va ripensato. Non potremo mai essere in pace, se gli altri sono in guerra. Non potremo mai essere felici, se gli altri non lo sono. Non potremo avere un mondo di serenità, quando c'è una metà del mondo che si preoccupa di ingrassare e l'altra che non ha da mangiare.

Lei, al momento, in Europa vede qualcuno che sia in grado di fare questo?
No. Però la gente c'è. Ad esempio, in questa questione della guerra in Afghanistan i governi hanno tutti preso posizione a fianco degli Stati uniti, ma la gente no. È sempre più scettica sulla risposta militare e sui suoi risultati.

Fonte: www.carta.org


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Tiziano era apparso come in una visione, nei giardini dell'ospedale di Emergency a Kabul: era l'inverno del 2001. Con la sua veste di cotone bianco come la barba, i sandali e una borsa di cuoio a tracolla, noi con giacche a vento e maglioni. Veniva dal Pakistan. Ha voluto girare subito per le corsie: salutava, chiedeva "come stai?" a gente sconosciuta, sorrideva ai bambini, ascoltava. Cenammo insieme quella sera, a "casa mia". E parlammo a lungo, dell'India - "dovresti venire a trovarmi nel mio rifugio vicino all'Himalaya", un'altra promessa che non ho mantenuto - del nostro lavoro e delle sofferenze della gente dell'Afghanistan, che lui amava. E soprattutto parlammo, con molta tristezza, della follia della guerra e dei suoi perché.

Ascoltavo i suoi pensieri. Sulla incapacità di molte persone di diventare esseri "umani", sulla ricchezza talmente ricca da non avere più senso né uso possibile, sul razzismo, anche quello "democratico", che sembra dilagare ovunque, sulla necessità - per Tiziano un bisogno fisico - di ricominciare a studiare, a pensare, a riconoscere se stessi per ritrovarci tutti con un qualche sogno, speranza, progetto comune. Quando riuscii a rintracciarlo per telefono, nel settembre 2002, per proporgli di unirsi a noi nel lanciare la campagna "Fuori l'Italia dalla guerra", Tiziano non esitò un attimo: "Ci sarò, ci vediamo a Roma per la conferenza stampa".

E per mesi fu un appassionato ambasciatore di pace, con la sua unica capacità di affascinare le coscienze e di riempirle di onestà e di verità. So che a Tiziano è costato molto quel periodo, togliendogli tempo alla meditazione che lo ha sempre accompagnato. "Per colpa tua - mi disse scherzando un giorno - sono rimasto prigioniero per troppo tempo in Italia. Parto per l'India la settimana prossima, ma sarò lo stesso con voi". Ed è stato così. In molti momenti, nei più belli e in quelli più difficili dell'impegno di questi anni, Tiziano era lì, è venuto in mente a me e a tantissimi di noi.

Un esempio, una certezza, un uomo che sapeva dare umanità, "curare" altri uomini proprio perché si era sempre curato di tutti, nel sua vita e nel suo lavoro di straordinario uomo di pensiero. Pochi mesi fa ho cercato di contattarlo: avevo bisogno delle sue parole e dei suoi pensieri. Non è stato possibile, e il perché ora lo sappiamo tutti. Stava scrivendo, ancora una volta cose importanti, forse le più importanti. Un giorno mi è arrivato un regalo da Tiziano: il suo ultimo libro. Con una dedica che mi ha fatto piangere allora e non smette di farlo oggi. Finisce così: "...e questo per spiegarti alcune mie assenze. Ma non preoccuparti, io ci sono nella lotta per la pace. Ci sono! E ci sarò sempre!"

Gino Strada, Khartoum, Sudan, 29 luglio 2004