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Tiziano Terzani Un altro giro di giostra Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo ![]() 578 pag.,
Euro 18,50 Edizioni Longanesi
(Il Cammeo n. 415)
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"Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo è straordinario, che niente, mai ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra."
In questo drammatico momento in cui l'uomo occidentale deve
confrontarsi inevitabilmente con l'idea della guerra e quindi
della morte, spesso "rimossa" dai nostri pensieri, Terzani
affronta questo tema da un altro punto di vista: quello legato
alla malattia. E ancora una volta riesce a spiazzarci.
Voglio confessare che ho, sì, affrontato la lettura di
questo libro con un iniziale deferenza nei confronti di un autore
e un uomo che stimo, ma anche con un crescente senso di disagio.
Il celebre giornalista scrittore racconta l'eccezionale e tragica
esperienza di un uomo malato di cancro che tuttavia può
viaggiare, cercare appoggi, anche solo psicologici o morali, e
alternative terapeutiche in tutto il mondo: dal centro più
specializzato di New York alle svariate e complesse discipline
mediche che si incontrano in India, dalla medicina tibetana al
lavaggio del colon tailandese alle formule segrete dei funghi
di Hong Kong ai guaritori filippini a un centro alternativo in
California... Cosa potrà trovare in questa vicenda straordinaria
un altro uomo (un ipotetico lettore) che, afflitto dai suo medesimi
problemi, viva nell'impossibilità di una scelta, costretto,
dalla sanità pubblica e dei suoi pochi mezzi, a un percorso
terapeutico di tutt'altro genere? Avevo quasi rabbia, nello scorrere
pagina dopo pagina, per quel suo potersi permettere tutto, ma
piano piano la rabbia si è stemperata e trasformata in
comprensione, rispetto, partecipazione e ho capito che il racconto
andava nella direzione opposta: quella dell'inutilità di
tutta questa ricerca e dell'importanza estrema, ultima
dell'interiorità,
che accompagna ognuno di noi indipendentemente dalla condizione
economica e sociale. Alla fine di questo viaggio alla ricerca
della "soluzione", della "medicina ideale"
che è soprattutto un viaggio all'interno di sé stessi,
cosa rimane? Cosa deve essere salvato? Il percorso difficile della
malattia può davvero fare crescere anche in positivo? C'è
un segreto per vedere in modo costruttivo qualunque esperienza
della vita? Terzani con il suo intenso racconto vuole dirci di
sì. "La morte ci toglie tutto. Se riuscissimo ad alleggerirci
prima ci sentiremmo più liberi" dice il saggio gioielliere
di Delhi Sundar Nagar. È forse questa la via verso la
serenità?
E come può trovarla un uomo che vive in questa società
così strettamente legata ai beni materiali e alla
"fisicità"?
"Dobbiamo vivere più naturalmente, desiderare di meno,
amare di più e anche i malanni come il mio diminuiranno",
scrive quasi al termine del volume Terzani. E credo che lo pensi
veramente. Il suo cammino si è fermato sull'Himalaya, dopo
l'illuminante incontro con un vecchio saggio. Ora, ci dice,
saprà
godere la vita in ogni attimo che rimarrà, osservando le
nuvole con la stessa intensa consapevolezza della coscienza che
si espande al di là del corpo, libera,senza legami ovunque
lui sarà, sia negli altipiani himalayani che "su un
prato nell'Appennio, sulla terrazza della casa a Firenze, o al
margine di un'autostrada". "Un lieto fine questo? E
che cos'è lieto, in un fine? E perché tutte le storie
ne debbono avere uno?"
Le prime righe
UN CAMMINO SENZA SCORCIATOIE
Si sa, capita a tanta gente, ma non si pensa mai che potrebbe
capitare a noi. Questo era sempre stato anche il mio atteggiamento.
Così, quando capitò a me, ero impreparato come tutti
e in un primo momento fu come se davvero succedesse a qualcun
altro.
«Signor Terzani, lei ha il cancro», disse il medico,
ma era come non parlasse a me, tanto è vero - e me ne accorsi
subito, meravigliandomi - che non mi disperai, non mi commossi:
come se in fondo la cosa non mi riguardasse.
Forse quella prima indifferenza fu solo un'istintiva forma di
difesa, un modo per mantenere, un contegno, per prendere le distanze,
ma mi aiutò. Riuscire a guardarsi con gli occhi di un sé
fuori da sé serve sempre. Ed è un esercizio, questo,
che si può imparare.
Passai ancora una notte in ospedale, da solo, a riflettere. Pensai
a quanti altri prima di me, in quelle stesse stanze, avevano avuto
simili notizie e trovai quella compagnia in qualche modo incoraggiante.
Ero a Bologna. C'ero arrivato attraverso la solita trafila di
piccoli passi, ognuno di per sé insignificante, ma nell'insieme,
decisivi, come tante cose nella vita: una persistente diarrea
incominciata a Calcutta, vari esami all'Istituto delle Malattie
Tropicali a Parigi, altri esami per scoprire la causa di
un'inspiegabile
anemia, finché un accorto medico italiano, non accontentandosi
delle spiegazioni più ovvie, s'era messo con un suo strano
strumento - un penetrante serpentaccio di gomma dall'occhio luminoso
- a guardare nei recessi più reconditi del mio corpo e,
per coltivata esperienza, aveva immediatamente riconosciuto quel
che conosceva.
L'11 marzo 2004, il Corriere aveva anticipato un capitolo di «Un altro giro di giostra», l'ultimo libro di Terzani. Lo scrittore racconta il suo viaggio in America, dove era andato per curarsi
In India si dice che l'ora più bella è quella
dell'alba, quando la notte aleggia ancora nell' aria e il
giorno non è ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra
e luce non è ancora netta e per qualche momento l' uomo,
se vuole, se sa fare attenzione, può intuire che tutto
ciò che nella vita gli appare in contrasto, il buio e la
luce, il falso e il vero non sono che due aspetti della stessa
cosa. Sono diversi, ma non facilmente separabili, sono distinti,
ma «non sono due». Come un uomo e una donna, che sono
sì meravigliosamente differenti, ma che nell' amore diventano
Uno.
Quella è l' ora in cui in India - si dice - i rishi,
«coloro
che vedono», meditano solitari nelle loro remote caverne
di ghiaccio nell' Himalaya caricando l' aria di energie positive
e permettendo così anche ai principianti di guardare, appunto
in quell' ora, dentro di sé, alla ricerca della spiegazione
di tutto.
Non so dove meditassero i rishi americani, ma l'alba era anche per me a New York l'ora più bella, quella in cui davvero l'aria mi pareva più carica di qualcosa di buono e di speranza. Certo era così perché i primi, rassicuranti bagliori del nuovo sole scioglievano, specie per un ammalato, le paure della notte, ma anche perché, affondata ancora in un relativo silenzio, la città, senza le folle dei suoi abitanti, era al suo poetico meglio: con le cartacce che svolazzavano come gabbiani per le grandi, dritte strade deserte, qualche raro taxi che lentamente andava in cerca di un primo cliente e i barboni ancora raggomitolati nelle loro coperte sui bocchettoni di sfiato della metropolitana. Misteriosi buchi qua e là nell' asfalto soffiavano in aria strane colonne di vapore bianco, come fossero le narici dei draghi ancora addormentati nelle viscere calde di quello straordinario cuore di New York che è Manhattan.
Nella doppia luce di quell' ora la città stessa sembrava meditabonda, raccolta su di sé, concentrata sul suo essere, prima di diventare il campo di battaglia delle infinite guerre che ogni giorno si celebrano sulle scrivanie e nei letti dei suoi palazzi, ai tavoli dei suoi ristoranti, per le strade e nei suoi parchi: guerre di sopravvivenza, di potere, di avidità.
New York mi piaceva moltissimo. Adoravo, quando ero in forze, attraversarla in lungo e in largo, a piedi, a volte per ore di seguito. Ma mi era anche impossibile in certi momenti non sentire il carico di lavoro, di dolore e sofferenza che ogni suo grattacielo rappresentava. Guardavo il Palazzo delle Nazioni Unite e pensavo a quante parole e quante menzogne, a quanto sperma e quante lacrime venivano versate nell' inutile tentativo di gestire una umanità che non può essere gestita, perché il solo principio che la domina è quello dell' ingordigia e perché ogni individuo, ogni famiglia, ogni villaggio o nazione pensa solo al suo e mai al nostro. Camminavo davanti al Plaza Hotel, passavo davanti al Waldorf Astoria, i grandi, famosi alberghi di New York, dove sono scesi e scendono ancora i dittatori, i capi di Stato e di governo, le spie e i rispettabili assassini di mezzo mondo, e ripensavo alle decisioni prese, ai complotti che, orditi in quelle stanze, hanno cambiato i destini di vari Paesi rovesciandone i regimi, uccidendone gli oppositori o facendo sparire nel nulla qualche dissidente prigioniero.
Guardavo le insegne delle banche, le bandiere che sventolavano sugli edifici delle grandi società di varie nazionalità e di vari intenti, ma tutte, immancabilmente, con radici qui e immaginavo come qualche signore incravattato - uno per il quale nessuno ha votato, del quale i più non han mai sentito pronunciare il nome, uno che sfugge al controllo di tutti i parlamenti e di tutti i giudici del mondo - avrebbe da lì a qualche ora deciso, in nome del sacrosanto principio del profitto, di ritirare miliardi di dollari investiti in un Paese per metterli in un altro, condannando così intere popolazioni alla miseria.
La razionale follia del mondo moderno era tutta concentrata
lì, in quei pochi, meravigliosi, vitali chilometri quadrati
di cemento fra l'East River e l'Hudson, sotto un cielo terso,
sempre pronto a riflettere l' increspato splendore delle acque.
Quello era il cuore di pietra del dilagante, disperante materialismo
che sta cambiando l' umanità; quella era la capitale di
quel nuovo, tirannico impero verso il quale tutti veniamo spinti,
di cui tutti stiamo diventando sudditi e contro il quale,
istintivamente,
ho sempre sentito di dovere, in qualche modo, resistere: l'impero
della globalizzazione.
E proprio lì, lì nel centro ideologico di tutto
quel che non mi piace, ero venuto a chiedere aiuto, a cercare
salvezza! E non era la prima volta. A trent' anni c' ero arrivato,
frustrato da cinque anni di lavoro nell' industria, per rifarmi
una vita come la volevo. Ora c' ero tornato per cercare di guadagnare
tempo sulla scadenza di quella vita. Anche la prima volta avevo
sentito forte la profonda contraddizione fra la naturale gratitudine
per ciò che l' America mi dava - due anni di libertà
pagata per studiare la Cina e il cinese alla Columbia University
per prepararmi a partire da giornalista in Asia - e il disprezzo,
il risentimento, a volte l' odio, per ciò che l' America
altrimenti rappresentava.
Quando nel 1967 Angela e io, entusiasti, sbarcammo a New York dalla Leonardo da Vinci che ci aveva presi a bordo una settimana prima a Genova, l' America cercava, con una guerra sporca e impari, di imporre la sua volontà a un misero popolo asiatico armato solo della sua cocciutaggine: il Vietnam. Ora l' America, con una ben più sofisticata, meno visibile e per questo meno resistibile aggressione, stava cercando di imporre al mondo - assieme alle sue merci - i suoi valori, le sue verità, le sue definizioni di buono e di giusto, di progresso e... di terrorismo.
A volte, vedendo entrare e uscire dai grandi, famosi edifici della Quinta Strada o di Wall Street eleganti signori con le loro piccole valigette di bel cuoio, mi veniva il sospetto che quelli fossero gli uomini da cui bisognava guardarsi e proteggersi. In quelle borse, camuffati come «progetti di sviluppo», c' erano i piani per dighe spesso inutili, per fabbriche tossiche, per centrali nucleari pericolose, per nuove, avvelenanti reti televisive che, una volta impiantate nei Paesi a cui erano destinate, avrebbero fatto più danni e più vittime di una bomba. Che fossero loro i veri «terroristi»?
Con le strade che si popolavano subito dopo l'alba, New
York perdeva ai miei occhi la sua aria incantata e a volte
mi appariva come una mostruosa accozzaglia di tantissimi disperati,
ognuno in corsa dietro a un qualche sogno di triste ricchezza
o misera felicità.
Alle otto la Quinta Strada, a sud di Central Park, a un passo
da casa mia, era già piena di gente. Zaffate di profumi
da aeroporto mi riempivano il naso a ogni donna che, correndo
col solito cartoccio della colazione in mano, mi sfiorava per
entrare in uno dei grattacieli. Che modo di cominciare una giornata!
(...)
La folla a quell' ora era di gente per lo più giovane,
bella e dura: una nuova razza cresciuta nelle palestre e alimentata
nei Vitamin-shops. Alcuni uomini più anziani mi pareva
di averli già visti in Vietnam, allora ufficiali dei marines,
e ora, sempre dritti e asciutti nell' uniforme di businessman,
sempre «ufficiali» dello stesso impero, impegnati
a far diventare il resto del mondo parte del loro villaggio globale.
Quando stavo a New York la città non era ancora stata
ferita dall' orribile attacco dell' 11 settembre e le Torri gemelle
spiccavano snelle e potenti nel panorama di Downtown, ma non per
questo, anche allora, l' America era un Paese in pace con se stesso
e col resto del mondo. Da più di mezzo secolo gli americani,
pur non avendo mai dovuto combattere a casa loro, non hanno smesso
di sentirsi, e spesso di essere, in guerra con qualcuno: prima
col comunismo, con Mao, con i guerriglieri in Asia e i rivoluzionari
in America Latina; poi con Saddam Hussein e ora con Osama bin
Laden e il fondamentalismo islamico. Mai in pace. Sempre a lancia
in resta. Ricchi e potenti, ma inquieti e continuamente insoddisfatti.
Un giorno, nel New York Times mi colpì la notizia di uno
studio fatto dalla London School of Economics sulla felicità
nel mondo. I risultati erano curiosi: uno dei Paesi più
poveri, il Bangladesh, risultava essere il più felice.
L' India era al quinto posto. Gli Stati Uniti al quarantaseiesimo!
A volte avevo l' impressione che a goderci la bellezza di New York eravamo davvero in pochi. A parte me, che avevo solo da camminare, e qualche mendicante intento a discutere col vento, tutti gli altri che vedevo mi parevano solo impegnati a sopravvivere, a non farsi schiacciare da qualcosa o da qualcuno. Sempre in guerra: una qualche guerra.
Una guerra a cui non ero abituato, essendo vissuto per più
di venticinque anni in Asia, era la guerra dei sessi, combattuta
in una direzione soltanto: le donne contro gli uomini. Seduto
ai piedi di un grande albero a Central Park, le stavo a guardare.
Le donne: sane, dure, sicure di sé, robotiche. Prima passavano
sudate, a fare il loro jogging quotidiano in tenute attillatissime,
provocanti, con i capelli a coda di cavallo; più tardi
passavano vestite in uniforme da ufficio - tailleur nero, scarpe
nere, borsa nera con il computer - i capelli ancora umidi di doccia,
sciolti. Belle e gelide, anche fisicamente arroganti e sprezzanti.
Tutto quello che la mia generazione considerava «femminile»
è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa
idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare
delle donne delle brutte copie degli uomini.
"Caro Tiziano, tu ti sei aperto a noi lettori facandoci partecipi di quel bel mondo che avevi nel cuore...era un mondo fantastico che mi ha fatto sognare le cose più belle della vita, il midollo stesso della vita...Grazie per la tua simpatia, il tuo genio, la tua intelligenza, la tua delicatezza, la tua forza, il tuo coraggio, la tua passione, la tua curiosità, la tua tolleranza, la tua capacità di metterti sempre in discussione, di metterti in viaggio...!!! Grazie e spero di incontrarti e diventare tuo amico nell'aldilà, così potrò riascoltare le tue storie..."

E' morto il giornalista e scrittore Tiziano Terzani: ad annunciarlo è stata Angela Terzani. ''Il 28 luglio, nella valle di Orsigna - si legge in una dichiarazione di Angela Terzani - è serenamente scomparso o, come preferiva dire lui, ha lasciato il suo corpo, Tiziano Terzani
Pubblichiamo di seguito un'intervista al giornalista scomparso pubblicata su Vita-non profit magazine nel marzo del 2002 a firma di Emanuela Citterio. Tema? Ovviamente il "viaggio"
Ha lasciato la sua casa sull'Himalaya, dove vive in solitudine lontano da tutti, per rispondere a Oriana Fallaci con le sue Lettere contro la guerra dal Pakistan e dall'Afghanistan. Tiziano Terzani, uno dei giornalisti italiani più conosciuti nel mondo, dal '92 vive stabilmente in India. Ha vissuto in Asia, girandola tutta e scrivendone, per quarant'anni. Il viaggio sembra essere diventato tutta la sua vita.
Cosa significa per lei viaggiare?
Significa calarsi il più possibile nella realtà che si incontra. Lasciarsi guidare dalla curiosità. E seguire un filo. Quando viaggio mi lascio guidare dal caso, dagli incontri fortuiti e dall'imprevisto. Come mi è successo a novembre in Afghanistan, quando ho incontrato in un bazar di Peshawar un capo dei talebani. Sempre in Afghanistan mi sono fatto guidare da due studenti delle scuole coraniche. Mi hanno aiutato a vedere il mondo con i loro occhi, altrimenti avrei viaggiato utilizzando solo i miei occhi e i miei pregiudizi, andando solo dove le mie scelte mi portavano.
Cosa porta in un viaggio?
Medicine, un computer, dei block notes e qualche libro. Prima di partire attingo sempre alla piccola biblioteca che mi sono costruito. Il viaggio vero è solitario. Alle volte però si ha bisogno di compagnia, e allora i migliori compagni per me sono i libri: stanno zitti quando non li vuoi sentire e parlano quando li vuoi ascoltare. Ti danno moltissimo senza chiedere nulla e ti aiutano a capire senza ingombrarti.
Qualche regola per entrare in contatto con la realtà e
la cultura del Paese in cui si arriva...
La prima è non andare mai negli alberghi per turisti. Nel mio caso, non dormo mai negli alberghi frequentati dai giornalisti, dove c'è un'orribile inseminazione reciproca di voci e di sciocchezze. A Islamabad vivevo in una pensioncina nella città universitaria. L'albergo di lusso per turisti fa parte della giostra ad aria condizionata da cui ti fanno vedere un Paese. Tutt'altra cosa è partire dalla casa da tè del bazar dei raccontastorie di Peshawar. C'è sporco per terra e si mangia il pane azzimo invece delle brioscine.
Come si veste?
Cerco di cammuffarmi un po', non per fingere ma per partecipare, per immedesimarmi. Tra me e l'altro c'è un'enorme distanza, spesso incolmabile. Se camaleonticamente prendo un po' il colore dell'altro, per esempio vestendomi come lui, questa distanza si accorcia. In questo modo sono stato l'unico occidentale non musulmano a partecipare in Pakistan all'annuale riunione di un milione e mezzo di musulmani vicino a Lahore. Se fossi andato in giacca e cravatta con la macchina fotografica non avrei certo vissuto quell'esperienza.
Che differenza c'è tra il turista e il viaggiatore?
Il turismo consuma tutto. L'industria turistica è orribile non solo per fenomeni come la pedofilia e il mercato del sesso, ma perché ha creato una mentalità da prostituzione. Si vende tutto di un luogo e delle persone che lo abitano pur di fare soldi. Come è accaduto della mia città, Firenze, trasformata in un'enorme bottega. Il turista scende da un aereo con l'aria condizionata e viene prelevato da un autobus con l'aria condizionata. Negli alberghi trova la cucina internazionale che è uguale dappertutto e si lava con un sapone che è lo stesso a Roma e a Timbuktu. Da noi viene caricato su una barchetta al largo di Benares, fa quattro foto e torna dicendo di aver visto l'India.
E il viaggiatore?
Per tornare viaggiatori bisognerebbe ritornare a essere come gli unici veri viaggiatori: i pellegrini. Solo così è possibile salvare il turismo e le sue destinazioni. In Cina, secoli e secoli fa il primo turista è stato uno che ha lasciato la sua casa per cercare in India le scritture sacre, i testi vedici, che poi ha tradotto dal sanscrito al cinese e sono ancora oggi conservati in due pagode nel sud del Paese. Il pellegrino è uno che ha rispetto, che venera il posto in cui va.
Un paio di consigli per tornare a essere viaggiatori...
Bisogna darsi tempo. Chi pensa di fare tutto in tre giorni, visitando ogni ora qualcosa, ha finito di vivere il viaggio, non può mai lasciarsi andare. Si dovrebbe poi viaggiare alla ricerca di qualcosa. Ci può essere chi è mosso dal desiderio di conoscere un posto dove si coltiva la barbabietola in modo diverso. è già qualcosa, è una ragione per viaggiare. Bisogna prepararsi alla scoperta, leggere qualcosa di bello, ritrovare la poesia del viaggio.
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intervista a Tiziano Terzani raccolta da Alessandra Garusi
"NON STARÒ AL MIO IMPEGNO di tenermi fuori dal mondo. Da quando 'Osama bin Laden smoked me out of my cave', mi sono rimesso da 'pensionato', con una press card falsa fatta a Bangkok, on the road, prima lunga la frontiera pak-afghana e poi a Kabul. Sono ora nel mio rifugio fra le montagne per ricaricare le batterie ed affrontare l'Italia". Così scriveva Tiziano Terzani in una email inviata agli amici, il 18 gennaio, dall'Himalaya indiana. Gli abbiamo parlato a margine di uno dei tantissimi incontri del suo "pellegrinaggio di pace" in tutta Italia.
Qual è l'Italia che ha ritrovato?
Manco da questo paese da più di trent'anni. Non ci sono
mai stato a lavorare. Ho lasciato l'Italia nel 1971, per andare
a Singapore, e ci sono tornato sempre e solo per visitare la famiglia.
Per cui è un paese che non conosco e che riscopro ora.
Lei conosce la storia: ho scritto questo libro, "Lettere
contro la guerra", che non era previsto. Cioè avevo
chiuso con il mondo del giornalismo. A sessant'anni, avevo preso
una decisione euro-indiana, quella di andare in pensione, ma di
fare come gli indiani: di partire per un viaggio più dentro
che fuori. Davvero, non mi interessava più il mondo, dover
andare ad inseguire le guerre... Tuttavia l'11 settembre era una
di quelle vicende davanti alle quali non potevo continuare a guardarmi
l'ombelico in cima ad una montagna. Dovevo rimettermi in cammino.
E così ho fatto: due mesi alla frontiera pakistano-afghana,
poi tre settimane a Kabul.
Ho sentito di avere un dovere: quello di raccontare una storia
che da tanto tempo non raccontavo. Che è la storia della
pace. Dopo trent'anni da corrispondente di guerra, dovevo fare
qualcosa che era nuovo per me: il corrispondente contro la guerra.
L'idea del pellegrinaggio non nasce dal dover "spingere il
libro", perché questo cammina comunque con le sue
gambe. Ma potevo approfittare di questo per andare a raccontare
la storia di una speranza. Ho mandato una e mail in giro per l'Italia,
dicendo che sarei andato dovunque fossi stato invitato, tranne
ai tv show. Ho ricevuto inviti soprattutto dalle scuole.
Allora, che Italia vedo? Ci sono due Italie: una in doppiopetto,
di quelli per bene, che fanno le corna, che dicono una cosa e
poi forse ne pensano un'altra. Che dicono all'audience ciò
che l'audience vuol sentire. Poi c'è un'Italia di giovani,
interessata a qualcosa di diverso: a sentir parlare il cuore.
Un'Italia non vuole abituarsi all'ipocrisia della politica. E
questo mi sembra interessante. Questa è un'Italia diversa,
che si pone problemi, un'Italia sensibile, un'Italia che mi sorprende
davvero. Specie fuori dalle grandi città. Vado dai giovani
fino ai 17-18 anni. Sono meravigliosi. Non hanno paura del nuovo.
Cominciano a cambiare quando vanno all'università. Mi chiedono
cose intellettuali. Sfidano le cose che dico, scoprendo le
contraddizioni
delle parole. Però è un bel paese, pieno di
volontà.
Mancano i grandi, ma anche i piccoli maestri. Se uno si presenta
con l'aria di un barbone, con delle cose diverse da dire, che
parla col cuore, che dice quello che pensa, che non ha una sua
agenda che è quella di farsi eleggere, fondare una nuova
religione o aprire un negozio di aroma terapia Ho fatto il primo
passo di questo cammino a Firenze, nel Palazzo Vecchio. E ho detto
una cosa: "Vorrei essere ricordato alla fine della mia vita
per una qualità, la sincerità. Dire quello che sento
di dover dire". E la gente scopre presto che dici quello
che credi sia vero. Quello che provi. E non quello che ti è
utile o quello che pensi gli altri godano a sentire.
Come mai le forze "altre" sono sempre così
fragili e così scollegate fra di loro?
È la storia di Bush. Ha reagito nella maniera più
banale, più ovvia, più stupida. E la stupidità
è più semplice. La nonviolenza è una cosa
complicata. Per la guerra ci vuole un esercito e dei generali.
Per la pace ci vuole un grande esercito e dei grandi generali.
Ci vuole molto di più a rafforzare moralmente un "soldato
della pace" che addestrare un paracadutista a sgozzare la
gente. La pace è più difficile. Anche perché
l'uomo è naturalmente più portato alla violenza.
Viviamo in un mondo violento: queste città orribili in
cui bisogna sempre correre. Il mercato che ti impone di sopravvivere,
uccidendo il tuo vicino. La scuola che ti insegna a tirare gomitate
nello stomaco per arrivare primo. Per cui la reazione più
normale, è la violenza. Dunque chi si propone di cercare
altre vie, ha la strada dura.
Questo vale anche per i riservisti israeliani...
Sì. Ci vuole una grande forza culturale. Lo dico sempre:
una vera grande civiltà - e quella ebraica, Dio mio, lo
è - dimostra la sua grandezza nell'essere permeabile a
valori anche diversi e nel mettersi in discussione. Che è
capace di vedere autocriticamente i propri valori. Che si rafforza
moralmente, prima ancora che con le armi.
L'America sta perdendo moltissimo, vincendo con le armi. Perché
quest'America, che era il sogno per tutti i poveri, gli emigranti,
oggi sta diventando un paesaggio cattivo che con le nuove regole
nega tutto il sogno: l'american way, democracy, i diritti uguali
per tutti Ora c'è una legge per gli americani e un'altra
per i non americani. Gli americani sospettati di essere terroristi
possono essere incarcerati senza habeas corpus, senza vedere
un giudice, e teoricamente possono essere fucilati perché
due in un tribunale militare hanno deciso così. È
questa l'America verso la quale sono andati milioni di emigranti,
sono fuggiti gli ebrei? No. Eppure è forte, ha le "bombe
intelligenti" che entrano nei buchi delle montagne. Ma è
una società forte? No, è una società che
si indebolisce con la sua forza.
Anche la mia amata India: non è mai stata così debole,
con le bombe atomiche, gli eserciti schierati sulla frontiera
pachistana.
[...]
Chi sta raccogliendo l'eredità del Mahatma Gandhi
in India o altrove?
Di eredi, non ne vedo. Anzi trovo che la pace non sia più
di moda. Però questo non vuol dire che non debba essere
giusta. E poi la moda cambia: minigonne diventano maxigonne L'11
settembre deve aver colpito qualcosa nella coscienza
dell'umanità.
Perché è stato così orribile. E così
mediaticamente presente nel cuore di tutti. L'hanno visto tutti:
gli eschimesi, i bantù, ecc. Immaginando quel che viene
dopo e vedendone un po', uno dovrebbe dire: qui bisogna fermarsi.
Questa è la mia speranza.
Lei ha un sogno?
No, li ho realizzati tutti. Forse quello di morire in pace. Ho
avuto una vita terribilmente felice. Non ho mai lavorato. Perché
tutto quello che ho fatto, lo amavo. L'avrei fatto comunque.
C'è qualcosa che l'Occidente ha dimenticato?
Viviamo delle vite orribili, in Occidente: non ridiamo più;
si è dimenticata la morte. Senza la morte, la vita diventa
tremenda. Perché non c'è la gioia di ciò
che passa, di ciò che è unico, irripetibile. Credo
sempre di più che la bellezza della vita sia nel simbolo
del tao, che è l'armonia degli opposti. Per questo dico
che è sacrilego e innaturale voler eliminare il male.
Innanzitutto,
chi determina cos'è il male? Forse devono esserci entrambi.
Si tratta di trovare un modo per raggiungere un equilibrio. Cosa
sarebbe il mondo, se non ci fossero le donne? La vita senza la
morte? Il giorno senza la notte? La luce senza le tenebre? L'uomo
senza la sua ombra?
Quanta Asia c'è dentro di lei?
Trent'anni di una vita diversa, in un mondo diverso. A pensare
pensieri diversi. A leggere giornali diversi. Tutto ciò
fa una persona diversa. Però, in fondo, è una vernice.
Dentro sono uno che più invecchia e più diventa
fiorentino. Nel mio Dna c'è tutta la mia toscanità.
E mi scopro non solo a fare gesti, ma anche a pensare come pensava
la mi' nonna. In realtà, tutto ciò di cui vengo
accusato - che sono asiatico, indiano - è una stupidata.
Perché la psiche, il cuore, è uguale per tutti.
Se lei è madre in India o fra gli eschimesi, ama suo figlio
alla stessa maniera. È solo il modo di esprimersi, che
cambia. L'uomo non ha meno paura di morire o della solitudine
qui rispetto a là. È che in alcune parti ha imparato
a morire meglio, a stare meglio da solo.
Cosa succederà dopo questa prima fase della guerra
in Afghanistan?
L'America è su una brutta china: limitazione delle
libertà,
arroganza della violenza. La speranza è l'Europa. Ha una
grande chance: quella di riscoprire l'unità nella sua
diversità.
Noi abbiamo una lunga storia di massacri superati, di grandi conflitti
digeriti. Per cui possiamo comprendere l'altro molto meglio degli
americani, che hanno fatto del melting pot un pissing
pot [un vaso da notte, ndr.].
L'Europa ha la possibilità di riscoprire i suoi valori,
la sua storia, e di aiutare anche l'America ad uscire da questo
vicolo cieco. Il problema è che l'Europa deve trovare una
leadership politica più creativa. Quella attuale non è
capace di inventare niente. Siccome la situazione è nuova,
ci vuole gente capace di pensare il nuovo. Occorre gente che non
abbia paura di perdere le elezioni, che abbia il coraggio di esporsi,
di dire le cose impopolari. O magari di dire le cose semplici
che sono popolari e che poi portano sacrifici.
Oggi, in Occidente, bisogna dire chiaramente che dobbiamo dividere
la nostra ricchezza. Dobbiamo cambiare atteggiamento nei confronti
del mondo. La Banca mondiale, il debito, l'Organizzazione mondiale
del commercio, ecc., tutto ciò va ripensato. Non potremo
mai essere in pace, se gli altri sono in guerra. Non potremo mai
essere felici, se gli altri non lo sono. Non potremo avere un
mondo di serenità, quando c'è una metà del
mondo che si preoccupa di ingrassare e l'altra che non ha da mangiare.
Lei, al momento, in Europa vede qualcuno che sia in grado
di fare questo?
No. Però la gente c'è. Ad esempio, in questa questione
della guerra in Afghanistan i governi hanno tutti preso posizione
a fianco degli Stati uniti, ma la gente no. È sempre più
scettica sulla risposta militare e sui suoi risultati.
Fonte: www.carta.org
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Tiziano era apparso come in una visione, nei giardini dell'ospedale di Emergency a Kabul: era l'inverno del 2001. Con la sua veste di cotone bianco come la barba, i sandali e una borsa di cuoio a tracolla, noi con giacche a vento e maglioni. Veniva dal Pakistan. Ha voluto girare subito per le corsie: salutava, chiedeva "come stai?" a gente sconosciuta, sorrideva ai bambini, ascoltava. Cenammo insieme quella sera, a "casa mia". E parlammo a lungo, dell'India - "dovresti venire a trovarmi nel mio rifugio vicino all'Himalaya", un'altra promessa che non ho mantenuto - del nostro lavoro e delle sofferenze della gente dell'Afghanistan, che lui amava. E soprattutto parlammo, con molta tristezza, della follia della guerra e dei suoi perché.
Ascoltavo i suoi pensieri. Sulla incapacità di molte persone di diventare esseri "umani", sulla ricchezza talmente ricca da non avere più senso né uso possibile, sul razzismo, anche quello "democratico", che sembra dilagare ovunque, sulla necessità - per Tiziano un bisogno fisico - di ricominciare a studiare, a pensare, a riconoscere se stessi per ritrovarci tutti con un qualche sogno, speranza, progetto comune. Quando riuscii a rintracciarlo per telefono, nel settembre 2002, per proporgli di unirsi a noi nel lanciare la campagna "Fuori l'Italia dalla guerra", Tiziano non esitò un attimo: "Ci sarò, ci vediamo a Roma per la conferenza stampa".
E per mesi fu un appassionato ambasciatore di pace, con la sua unica capacità di affascinare le coscienze e di riempirle di onestà e di verità. So che a Tiziano è costato molto quel periodo, togliendogli tempo alla meditazione che lo ha sempre accompagnato. "Per colpa tua - mi disse scherzando un giorno - sono rimasto prigioniero per troppo tempo in Italia. Parto per l'India la settimana prossima, ma sarò lo stesso con voi". Ed è stato così. In molti momenti, nei più belli e in quelli più difficili dell'impegno di questi anni, Tiziano era lì, è venuto in mente a me e a tantissimi di noi.
Un esempio, una certezza, un uomo che sapeva dare umanità, "curare" altri uomini proprio perché si era sempre curato di tutti, nel sua vita e nel suo lavoro di straordinario uomo di pensiero. Pochi mesi fa ho cercato di contattarlo: avevo bisogno delle sue parole e dei suoi pensieri. Non è stato possibile, e il perché ora lo sappiamo tutti. Stava scrivendo, ancora una volta cose importanti, forse le più importanti. Un giorno mi è arrivato un regalo da Tiziano: il suo ultimo libro. Con una dedica che mi ha fatto piangere allora e non smette di farlo oggi. Finisce così: "...e questo per spiegarti alcune mie assenze. Ma non preoccuparti, io ci sono nella lotta per la pace. Ci sono! E ci sarò sempre!"
Gino Strada, Khartoum, Sudan, 29 luglio 2004