Diritto all’Ambiente, diritto alla Salute… diritto alla Vita


L’articolo 5 del nuovo codice di Deontologia Professionale del Medico introduce una importante novità circa il ruolo e la funzione del Medico nella nostra società, esso letteralmente recita: “Il Medico è tenuto a considerare l’ ambiente nel quale l’ uomo vive e lavora quale fondamentale determinante della salute dei cittadini… il Medico è tenuto a promuovere una cultura civile tesa all’ utilizzo appropriato delle risorse naturali, anche allo scopo di garantire alle future generazioni la fruizione di un ambiente vivibile.

L’ attenzione all’Ambiente è pertanto perfettamente connaturata alla vocazione del medico e ciò assume peculiare rilievo in tempi come quelli che stiamo vivendo, tempi in cui la crisi degli ecosistemi ed il rischio di collasso in cui versa l’intero pianeta è ormai riconosciuta senza più ombra di dubbio da tutte le più autorevoli agenzie internazionali, basti citare il Living Planet Report 2006, il Millenium Ecosytem Assessment ed i rapporti sempre più inquietanti di FAO, ONU, OMS. La tutela dell’Ambiente, il ripristino ed il mantenimento di condizioni compatibili con la vita non può quindi essere solo un mero esercizio di buoni propositi ma deve guidare le scelte che come singoli e come società ogni giorno siamo chiamati a compiere, coinvolgendo quindi, senza possibilità di “scorciatoie”, chi ha la responsabilità politica di tutto questo.

Ricordiamo che già nel 1970 il Club di Roma, con il contributo del MIT (Massachuset Institute of Tecnology), aveva pubblicato un fondamentale rapporto sui “Limiti dello Sviluppo” rimasto tragicamente inascoltato ed aveva previsto il “collasso del sistema” verso la metà del secolo in cui stiamo vivendo: purtroppo tutto sta inesorabilmente andando nella direzione prevista 37 anni fa. Oggi stiamo consumando, in termini di risorse, un capitale non rinnovabile, rischiando di lasciare ben poco alle future generazioni: possiamo far finta di nulla ed ingannare anche noi stessi, ma non inganneremo la Natura ed anche solo gli effetti sui cambiamenti climatici in atto sono ormai sotto gli occhi di tutti.

Proprio in questi giorni la conferenza di Parigi sul clima avverte che la temperatura del globo crescerà da un minimo di 1,8
° a 4°C ed il 90% degli studiosi concorda nel ritenere le attività antropiche responsabili di ciò. Per comprendere la “fragilità” del mondo in cui viviamo, basti pensare all’atmosfera: essa non va oltre il nostro sguardo e già a 5.000 m di altezza abbiamo bisogno di bombole d’ossigeno. Nessuno pensa che la stessa composizione chimica dell’atmosfera si è modificata: l’aumento di CO2 infatti è talmente rapido che siamo la prima generazione, da quando l’uomo è comparso sulla terra, che si trova a respirare una aria qualitativamente diversa rispetto al momento in cui è nata (1).

E’ davvero arduo pensare cosa respirerà la generazione a venire. Si pensi poi che milioni di ton di elementi estratti dai loro reservoirs naturali o di sostanze chimiche di sintesi, hanno ormai irremediabilmente distrutto interi ecosistemi dai quali dipende la vita stessa del pianeta e talune di esse - endocrine disruptor - si sono dimostrate capaci di impedire la corretta trascrizione del nostro DNA nelle cellule germinali, alterando pertanto il patrimonio genetico della specie umana.

La dimunuita capacità riproduttiva della specie umana nei paesi occidentali rappresenta un problema emergente per l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e uno dei primi segnali dell’estinzione di una specie è proprio la diminuzione della fertilità. Le conseguenze dell’inquinamento sulla salute riproduttiva umana sono drammatiche, non solo per aumento di infertilità, ma anche per l’aumento di abortività e malformazioni. In una area tristemente famosa della Sicilia, Augusta - Priolo - Melilli, in conseguenza di uno sviluppo industriale “selvaggio” e di un inquinamento specialmente dovuto al mercurio, le malformazioni sono passate dall’1,5% degli anni '80 al 5,5% del 2000. In un momento in cui nel nostro Paese è in atto un acceso dibattito sul valore della vita, che spazia dalla eutanasia all’interruzione volontaria di gravidanza, perché queste considerazioni non entrano nel dibattito e questi dati non vengono presi in considerazione, neppure come elemento di riflessione? Non è forse altrettanto moralmente colpevole chi interrompe la vita alterando irrimediabilmente l’ambiente in cui questa si sviluppa, rispetto a chi singolarmente decide di farlo, indotto magari da situazioni contingenti o sofferenze che nessuno conosce?

Appare inoltre per lo meno irrazionale che in un mondo quale il nostro, così attento ai risvolti economici, non venga tenuto in debito conto che non prestare attenzione all’ ambiente non è certo un “buon affare”: l’Associazione Italiana di Economia Sanitaria (AIES), secondo i dati riportati dal Sole 24 ore del dic. 2006, ha calcolato che nel 2001 il costo complessivo dei danni da trasporto su strada e dall’uso di energia da combustibile fossile sia stato pari a 36,3 miliardi di Euro (3% del PIL), ovvero il 35% della spesa sanitaria complessiva (pubblica e privata) per 627 Euro procapite.

Una recente ricerca (2) stima che da 316.000 a 637.000 bambini ogni anno nascono, solo negli U.S.A, con una quantità di mercurio nel cordone ombelicale superiore a 5,8 microgrammi/litro - quota associata a deficit del Q.I. (quoziente intellettivo). Il mercurio, alle alte temperature, è un gas ed attraverso processi di bioaccumulo, i grossi pesci ne rappresentano  uno dei maggiori ricettacoli. Gli Autori valutano la perdita di PIL nel loro Paese per riduzione del Q.I. da mercurio pari a 8,7 miliardi di dollari all’anno. Ricordiamo i costi collegati a quella “mistura insalubre”- come la definisce il New England Journal of Medicine - che è l’aria delle nostre città. Il particolato PM (particolate matter) che respiriamo proviene  in primo luogo dal traffico veicolare, ma anche dalle attività antropiche che comportano combustione, ed occupa ormai la cronaca quotidiana dei media. Respirare aria con una alta quantità di PM è oltremodo nocivo, e più le particelle sono di minori dimensioni, più esse sono pericolose, in quanto passano dagli alveoli polmonari al torrente circolatorio ed arrivano a tutti gli organi, inclusi rene, fegato, cuore, cervello. Si viene inoltre ad innescare nel nostro organismo una sorta di “infiammazione generalizzata”, con un’attivazione a “cascata” di tutti quei sistemi che hanno azione protrombotica ed aumentano pertanto non solo i rischi respiratori, ma anche quelli di tipo ischemico, specie di natura cardio-vascolare e cerebrale.

Per per ogni incremento di 10 microgrammi/mc di PM2.5, si calcola un aumento di rischio di mortalità per cancro al polmone dall’8 al 14% e del 12% per patologie cardio-circolatorie. Si stima che in Europa solo per il PM2.5 ci sono 384.000 morti/anno. Tali rischi sono ancor più accentuati per il sesso femminile ed il concetto che le donne siano le “sentinelle” dell’ambiente è stato recentemente confermato: sul NEJM (3): ricercatori americani hanno evidenziato che ad ogni incremento di 10 microgrammi/mc di PM2,5, si accompagna un incremento del 24% del rischio di eventi cardiovascolari e del 76% del rischio di morte in una popolazione di donne senza precedenti cardiologici.

Le stime dell’OMS in proposito sembrano veri bollettini di guerra: l’OMS infatti ha valutato che in tredici città italiane con oltre 200mila abitanti - pari al 16% della popolazione italiana - per il PM10 superiore a 20 microgrammi/mc siano attribuibili 8.220 morti/anno (di cui 742 casi di morti per cancro al polmone, 2.556 per infarto, 329 di ictus). Sempre l’OMS sostiene che riducendo l’inquinamento atmosferico l’Italia potrebbe risparmiare 28 miliardi di euro l’anno, l’equivalente di una manovra finanziaria. Ricordiamo infine che esiste una recente letteratura che dimostra come il particolato più fine possa arrivare al cervello direttamente attraverso la via olfattiva (4); qui si presume che possa innescare dei processi di tipo simil-infiammatorio e di danno ossidativio con deposizione di amiloide, sostanza coivolta nella genesi di malattie neuro-degenerative come l’alzheimer, di cui si registra un preoccupante incremento in tutto il mondo industrializzato.

Le conseguenze sociali, sanitarie ed economiche legate all’aumentata incidenza delle patologie neoplastiche sono elevatissime e rischiano di andare fuori controllo: si calcola
(5) che in Italia il costo dei farmaci antiblastici sia di 580 milioni di Euro/anno, con un costo medio per paziente/anno da 15.000 a 50.000 Euro, ed un costo complessivo per il Sistema Sanitario Nazionale di 7 miliardi di Euro.

La stessa l’OMS ci ricorda quanto la salute dell’ambiente e la salute dell’uomo siano strettamente correlate: con comunicato del 16 giugno 2006 l’OMS ha stimato che un quarto di tutte le malattie negli adulti e un terzo di tutte le malattie nei bambini sotto i cinque anni siano determinate da problemi di origine ambientale. La maggior influenza sulla salute dei bambini è presto spiegata: essi, a parità di peso, introducono maggior quantità di aria, acqua, cibo rispetto ad un adulto, i meccanismi di detossificazione non sono completi, la sensibilità di organi ed apparati non ancora completamente formati è maggiore rispetto alla maturità. In definitiva è universalmente accettato che i bambini e gli organismi in via di sviluppo sono molto più sensibili all’inquinamento ambientale rispetto agli organismi adulti.

Un vastissimo gruppo di patologie è legato all’ambiente e dobbiamo convincerci che tutto ciò che noi gettiamo e disperdiamo, ci ritorna attraverso l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo. In un mondo affamato di petrolio, sembra che ci si dimentichi che il primo “combustibile” di cui tutti abbiamo bisogno è il cibo, e che cibo, aria ed acqua puliti sono beni primari non inesauribili.

Il danno che stiamo creando all’infanzia e alle generazioni future deve farci riflettere; tre esempi potranno aiutare a capire meglio il problema. Innazitutto l’aumento dei tumori nell’infanzia (6): a fronte degli incoraggianti risultati ottenuti nella cura e nella guarigione, è ormai confermato che in Europa le neoplasie infantili sono in aumento di 1,2% all’anno nei bambini di età compresa tra 0 e 14 anni, e di 1,5% all'anno in quelli di età dai 14 ai 19 anni, con trend in crescita. Lo stile di vita, a cui spesso viene attribuito il ruolo eziologico principale in queste malattie, difficilmente può essere chiamato in causa per i tumori che insorgono in queste età, in cui è viceversa logico pensare che siano i fattori ambientali a rivestire un ruolo preponderante.

In secondo luogo, ricordo quanto apparso sul NEJM (7) circa la funzione respiratoria nei bambini. Questo studio ha dimostrato che nel 56% di bambini in buona salute che vivono in una città inglese di medie dimensioni - con parametri dell’aria entro i limiti di legge - la capacità respiratoria è ridotta in modo direttamente proporzionale alla presenza di particelle carboniose nei macrofagi delle vie aeree, e che queste particelle sono direttamente correlate all’incremento di PM10 nell’aria. Si sa che la funzione polmonare si sviluppa - e raggiunge la piena maturità - intorno ai venti anni; pertanto, se i bambini respirano aria inquinata - anche se nei limiti di legge - lo sviluppo della loro capacità respiratoria sarà compromesso, ed è logico pensare che questo si tradurrà in un danno per la loro vita adulta.

Infine - e questo è ancora più drammatico - l’allarme lanciato dai ricercatori dell’
Harvard School of Public Health U.S.A su Lancet online il 7 novembre 2006 circa la “pandemia silenziosa” per il danni al cervello dei bambini dovuti a sostanze chimiche ed inquinanti vari. Questi ricercatori stilano un elenco di 202 sostanze, ma presumono che innumerevoli altre abbiano i medesimi effetti (8). Il cervello infantile ed il sistema nervoso in via di sviluppo in generale rappresentano “organi bersaglio” per miriadi di sostanze tossiche e nocive per gra parte lipòfile. Nel feto e nell’embrione infatti, mancando ancora il tessuto adiposo vero e prorio, l’organo più ricco di grasso è il cervello. I ricercatori americani stimano che, nel mondo e a causa
dell’esposizione durante la vita fetale a questi agenti, un bambino su sei subisca disturbi di tipo neurologico comportamentale, come deficit di attenzione, iperattività, diminuzione del quoziente intellettivo.

Spesso ci sentiamo rassicurati dal fatto che gli inquinanti sono nei limiti di legge, ma le “basse dosi” non sone certo scevre da danni (9) e dimentichiamo che i limiti di legge sono sempre un compromesso fra interessi economici e conoscenze scientifiche, e ciò che è considerato sicuro in determinato periodo può non esserlo più successivamente (rif. benzene, diossine, ecc). Inoltre, per quanto attiene la salute umana,
(i) esistono effetti sinergici di tossicità fra sostanze ritenute singolarmente sicure,
(ii) la suscettibilità varia da individuo ad individuo e anche nella persona stessa a seconda delle condizioni contingenti (salute, malattia),
(iii) nei fenomeni biologici non è vero che l’effetto vada di pari passo con la dose, per cui a dosi basse l’effetto nocivo diminuirebbe (come nel caso di radiazioni ionizzanti o del cadmio (nota 1), esposizioni anche piccole possono essere ben più pericolose di esposizioni a dosi alte),
(iv) i limiti di legge sono calcolati sulle persone adulte e non considerano la popolazione più fragile e suscettibile (donne gravide, neonati, bambini, anziani; nota 2).

In questo contesto così drammaticamente preoccupante in cui il nostro modello stesso di vita e di società deve essere ripensato, l’organizzazione delle nostre città radicalmente rivista e tutte le attività antropiche riconsiderate, il problema dello smaltimento dei rifiuti rappresenta, a nostro avviso, davvero l’emblema di un mondo ed una società malata ed un perfetto esempio in cui invece di risolvere il problema si corre il rischio di crearne uno ancora più grande e la cura diventa peggiore del male.

Paradossale appare infatti la strada che in tutta Italia viene imboccata per lo smaltimento dei rifiuti privilegiandone l’incenerimento piuttosto che una seria politica di riduzione riuso, recupero, riciclo, compostaggio dell’organico, ecc. In tutto il nostro Paese, con una quota/pro-capite di oltre 500 Kg/anno (con punte di oltre 1.000 Kg in alcune realtà), ben lontani quindi dai 300 Kg/anno di rifiuti pro-capite raccomandata dalla Unione Europea, non viene condotta alcuna seria politica della loro riduzione, anzi si prevede un aumento generalizzato di rifiuti per giustificare l’ mpliamento e la costruzione di nuovi inceneritori. Tali impianti sono furbescamente spacciati per “termovalorizzatori”; dico “furbescamente”, perché l’incenerimento viene contrabbandato per fonte rinnovabile di energia, usufruisce illegittimamente e truffaldinamente degli incentivi CIP6: nel 2005, ad esempio, sono stati dirottati per questo scopo 3.998 Euro (circa il 70%) a chi gestisce anche la raccolta differenziata, e ovviamente riceve tanti più soldi quanti più rifiuti brucia.

Possiamo ingannare i cittadini, l'Unione Europea, al limite noi stessi, ma la Natura non si fa ingannare: secondo recenti dati di Greenpeace un KWh ottenuto da termovalorizzazione dei rifiuti è quello gravato dalla maggior emissione di CO2: 940 g contro i 904 g che si producono da combustione di carbon fossile. L’Italia ha aderito al protocollo di Kyoto ed invece di diminuire le proprie emissioni del 6,5% entro il 2010, come concordato, le ha aumentate dal 1990 al 2004 dell’11,6%. Anche questo graverà non poco sulle nostre finanze, come le multe per i procedimenti d’infrazione aperti contro il nostro Paese dalla Unione Europea.

Si tratta pertanto di una battaglia fondamentale,
anche di grande valore simbolico: il rifiuto è solo l’ultimo anello di una catena malata, creato dalla civiltà dell'usa e getta in cui costa meno ricomperare l’oggetto nuovo piuttosto che ripararlo; finiamo così per produrre sempre più cose a vita breve e che dobbiamo distruggere in fretta perché non sappiamo più dove metterle. Dobbiamo invertire con decisione questa tendenza che porta a sprecare e distruggere anzitempo energia e materia, ed imparare dalla Natura, in cui i processi sono ciclici e non lineari e per la quale non esiste rifiuto.

Anche l’Emilia-Romagna, ha scelto l’incenerimento come politica pivilegiata per lo smaltimento dei rifiuti, nonostante la pianura padana sia una delle aree più inquinate del pianeta e la situazione epidemiologica del nostro territorio non sia tranquillizzante. A questo proposito, ricordando che le donne sono le “sentinelle dell’ambiente”, e non del tutto casuale può apparire il fatto che l’incidenza di cancro nel sesso femminile che si registra nella regione è la più alta di tutta Italia.
Parma detiene il “record” con 441 donne su 100mila che si ammalano di cancro ogni anno, rispetto ad una media in Italia di 390 casi su 100mila; a seguire Ferrara con 434 casi, la Romagna con 425, Modena con 411. In Emilia-Romagna, con gli incrementi di impianti di incenerimento
previsti, da circa 480.000 t/anno di rifiuti attualmente combusti, si arriverà a bruciarne oltre 1.000.000 t/anno. Gli inceneritori, in base all’art. 216 del testo unico delle Leggi Sanitarie (G.U. n. 220 20/09/1994), sono classificati come industrie insalubri di classe prima. La legge italiana tuttavia impone solo controlli per alcuni inquinanti e solo per poche ore all’anno, la maggior parte dei quali vengono forniti con autocertificazione dai gestori degli impianti stessi, condotti sempre - guarda caso - nei momenti di miglior funzionamento dell’impianto e senza tener conto dei periodi di accensione, spegnimento, malfunzionamento in cui si verificano i maggiori sforamenti.

Inoltre, secondo quanto espresso nell’art. 21 del D.lgs 228 18 maggio 2001, le zone agricole caratterizzate per qualità e tipicità dei prodotti non sono idonee ad ospitare inceneritori: in Francia ed in Belgio gli inceneritori sono stati chiusi e sono stati abbattuti migliaia di capi di bestiame, perché il latte era inquinato da diossine e cogeneri. Per le sostanze ad effetto cancerogeno certo per l’uomo, non esistono limiti soglia, nel senso che qualsiasi quantità di tali sostanze rappresenta un rischio per la salute: una tabella pubblicata dagli Annali
2004 dell’Istituto Superiore di Sanità riporta la cancerogenicità di alcune delle sostanze emesse dagli inceneritori; fra queste, a livello I secondo la IARC (International Agency Research Cancer) - ovvero cancerogeni certi per l’uomo - troviamo arsenico, berillio, cadmio, cromo, nichel, benzene, e ovviamente la diossina TCDD e proprio su quest’ultima occorre esprimere alcune ulteriori considerazioni.

Gli inceneritori sono in Europa al secondo posto, dopo acciaierie come produttori di diossine secondo i dati del 2004, ed al primo posto viceversa in Giappone che ha scelto l’incenerimento come metodo principale dello smaltimento dei rifiuti. In Europa la quantità di diossine emesse da inceneritori rappresenta il 24%. La stima dell’esposizione di fondo (TCDD e similari) nei Paesi dell’Unione Europea è compresa fra 1,2 e 3,0 pg/WHO TEQ/Kg pro-capite; tali limiti sono ampiamenti superati in diverse realtà: qualsivoglia ulteriore esposizione porterebbe facilmente a superare le soglie che la stessa Unione Europea raccomanda. Si tratta di sostanze, le diossine in particolare ed i loro cogeneri lipòfile, che possono persistere nell’ambiente fino a 12 anni, assunte per oltre il 90% tramite la catena alimentare.

L’azione di queste sostanze si esplica a livello ormonale in quanto mimano l’azione degli ormoni, in particolare qualli femmininili (estrogeni), e vanno ad interferire con le complesse e molteplici funzioni del nostro organismo. Sono da correlare a questo tipo di inquinamento ambientale l’aumento di incidenza del diabete, i disturbi alla tiroide, l’infertilità e tutti i tumori ormono correlati (mammella e prostata), disturbi della sfera riproduttiva, aumento di abortività spontanea, malformazioni, disturbi a carico del sistema immunitario, aumento di linfomi e sarcomi.

E' da ricordare, in proposito, un recente studio della Regione Veneto che ha confermato quanto già era stato evidenziato in Francia e a Mantova, ossia come queste sostanze siano legate ad un incremento statisticamente significativo di tumori relativamente rari, quali i sarcomi, considerati tumori “spia” o “sentinella” di inquinamento da diossine. Lo studio, condotto in provincia de Venezia, ha evidenziato che il rischio è direttamente correlato a durata e quantità di esposizione con un rischio relativo, risultato in un “cluster”, fino a 20 volte l’atteso. Da questo studio emerge chiaramente che gli inceneritori più pericolosi sono quelli per rifiuti urbani, seguiti da quelli per rifiuti ospedalieri ed infine da quelli per rifiuti industriali.

Complessivamente, la maggior parte degli studi epidemiologici condotti su popolazioni residenti in prossimità di inceneritori od in lavoratori addetti (pur con tutti i limiti che questi studi presentano) ha dimostrato una associazione statisticamente significativa col cancro, in particolare per neoplasie infantili, linfomi non-Hodgkin, tumori al polmone, sarcomi. Recenti studi di autori giapponesi (11) hanno evidenziato, su una popolazione di 450.807 bambini, che sintomi quali ansimare, mal di testa, mal di stomaco e stanchezza sono significativamente associati alla vicinanza della scuola frequentata ad impianti di incenerimento per rifiuti.


L’associazione Medici per l’Ambiente già un anno fa affermava che incenerire i rifiuti è pratica inutile, costosa e soprattutto molto pericolosa per la salute. Allora,
- perché non cambiare rotta?
- perché non eliminare rischi assolutamente evitabili di un massivo incenerimento di rifiuti con una seria politica di smaltimento che preveda innanzitutto una loro riduzione tramite una seria raccolta differenziata (nota 3) in tutto il nostro Paese?
- perché non vedere in questo gravoso ed ineludibile problema l’occasione per imboccare quella "strada virtuosa” che, partendo dai rifiuti, tocchi ogni aspetto della vita individuale e collettiva, e che sola può salvarci da una imminente catastrofe globale?
- perché non riscoprire il valore di un vecchio detto Prevenire è meglio che curare”?
- perché la Medicina dovrebbe solo cercare di porre rimedio a patologie per la massima parte provocate da scelte politiche irrazionali, dettate soltanto da un cieco interesse economico immediato?
- perché, come l’art. 5 del nostro Codice deontologico recita, non ci si dovrebbe adoperare affinchè anche l’ambiente ove l’uomo vive e lavora goda di buona salute?
- perché non sarebbe compito del Medico pensare anche alla vita che verrà, e richiamare l’attenzione sull’uso delle risorse della Terra allo scopo di garantire alle generazioni future pari possibilità di vita?


Oggi più che mai riaffermare con forza il diritto all’Ambiente e alla Salute significa riaffermare il diritto alla Vita - diritto ad una Vita piena e sana per tutti. A nostro parere, questa è la missione ultima del nostro essere medici.


Patrizia Gentilini (Associazione Medici per l’Ambiente, ISDE Italia)

_____________
febbraio 2007


Bibliografia e note

1) www.mlo.noaa.gov/LiveData/FDataccg.htm
2) L. Transande et al. Envir. Health Perspectives, 113, 5 - 2005
3) Kristin A. Miller et al. N Engl J Med 356: 447-58 - 2007
4) Annette Peters et al. Particle and Fibre Toxicology 3, 13 - wwwparticleandfibretoxicology.com/content/3/1/13
5) SOLE 24 ORE "Speciale Ricerca" - 23 settembre 2005 p. 9
6) Steliarova Foucher et al. Lancet, 11, 17; 364(9451): 2097-2105 - 2004
7) Neeta Kulkarni et al. N Engl J Med 355: 21-30 - 2006
8) www.hsph.harvard.edu/neurotoxicant/appendix.doc
9) D.T. Wigle - www.plosmedicine.org - 2005
10) Bruce P. Lanphear et al. Envir. Health Perspectives 114, 10 - 2006
11) Miyake Y et al. Eur J Epidemiol 20, 12: 1023-9 - 2005

Nota 1 : Il cadmio è un cancerogeno certo per "esposizione professionale” ma, a dosi bassissime, quali quelle cui tutti siamo esposti, interferisce con i meccanismi di riparazione del DNA ed aumenta la nostra suscettibilità a tutti i processi di trasformazione oncogena.

Nota 2 :
A questo proposito è opportuno richiamare quanto affermato nell’ottobre 2006 da Bruce P. Lanphear (10) del Children’s Environmental Health Center di Cincinnati (U.S.A.): “a dispetto del grande affetto che noi abbiamo per i bambini e della grande retorica della nostra società sul valore dell’ infanzia, la società è riluttante a sviluppare quanto necessario per proteggere i bambini dai rischi ambientali”.

Nota 3 : Si rammenta che quest’ultima, quando praticata col giusto metodo (ad esempio, “porta a porta”) ha dimostrato di raggiungere l’80% in pochi mesi, con un'ottima “materia seconda” ricercata dalle filiere produttive.