Diritto all’Ambiente, diritto alla
Salute… diritto alla Vita
L’articolo 5 del nuovo codice di
Deontologia Professionale del Medico introduce una importante
novità circa il ruolo e la funzione del Medico nella nostra
società, esso letteralmente recita: “Il Medico è
tenuto a considerare l’ ambiente nel quale l’ uomo vive e lavora quale
fondamentale determinante della salute dei cittadini… il Medico
è tenuto a promuovere una cultura civile tesa all’ utilizzo
appropriato delle risorse naturali, anche allo scopo di garantire alle
future generazioni la fruizione di un ambiente vivibile.”
L’ attenzione
all’Ambiente
è pertanto perfettamente connaturata alla vocazione del medico e
ciò assume peculiare rilievo in tempi come quelli che stiamo
vivendo, tempi in cui la crisi degli ecosistemi ed il rischio di
collasso in cui versa l’intero pianeta è ormai riconosciuta
senza più ombra di dubbio da tutte le più autorevoli
agenzie internazionali, basti citare il Living Planet
Report 2006, il Millenium Ecosytem
Assessment ed i rapporti
sempre più inquietanti di FAO, ONU, OMS. La tutela
dell’Ambiente, il ripristino ed il mantenimento di condizioni
compatibili con la vita non può quindi essere solo un mero
esercizio di buoni propositi ma deve guidare le scelte che come singoli
e come società ogni giorno siamo chiamati a compiere,
coinvolgendo quindi, senza possibilità di “scorciatoie”, chi ha
la responsabilità politica di tutto questo.
Ricordiamo che già
nel 1970 il Club di Roma, con
il contributo del MIT (Massachuset
Institute of Tecnology),
aveva pubblicato un fondamentale rapporto sui “Limiti dello Sviluppo”
rimasto tragicamente inascoltato ed aveva previsto il “collasso del
sistema” verso la metà del secolo in cui stiamo vivendo:
purtroppo tutto sta inesorabilmente andando nella direzione prevista 37
anni fa. Oggi stiamo consumando, in termini di risorse, un
capitale non rinnovabile, rischiando di lasciare ben poco alle future
generazioni: possiamo far finta di nulla ed ingannare anche
noi stessi, ma non inganneremo la Natura ed anche solo gli effetti sui
cambiamenti climatici in atto sono ormai sotto gli occhi di
tutti.
Proprio in questi giorni la
conferenza di Parigi sul clima avverte che la
temperatura del globo crescerà da un minimo di 1,8° a 4°C ed il 90% degli studiosi concorda nel
ritenere le attività antropiche responsabili di ciò. Per
comprendere la “fragilità” del mondo in cui
viviamo, basti pensare all’atmosfera: essa non va oltre il nostro
sguardo e già a 5.000 m di altezza abbiamo bisogno di bombole
d’ossigeno. Nessuno pensa che la stessa composizione chimica
dell’atmosfera si è modificata: l’aumento di CO2 infatti
è talmente rapido che siamo la prima generazione, da quando
l’uomo è comparso sulla terra, che si trova a respirare una aria
qualitativamente diversa rispetto al momento in cui è nata (1).
E’ davvero arduo pensare cosa
respirerà la generazione a venire. Si pensi poi che milioni di
ton di elementi estratti dai loro reservoirs naturali o di sostanze
chimiche di sintesi, hanno ormai irremediabilmente distrutto interi
ecosistemi dai quali dipende la vita stessa del pianeta e talune di
esse - endocrine
disruptor - si sono
dimostrate capaci di impedire la corretta trascrizione del nostro DNA
nelle cellule germinali, alterando pertanto il patrimonio genetico
della specie umana.
La dimunuita capacità
riproduttiva della specie umana nei paesi occidentali rappresenta un
problema emergente per l’OMS (Organizzazione Mondiale della
Sanità) e uno dei primi segnali
dell’estinzione di una specie è proprio la diminuzione della
fertilità. Le conseguenze dell’inquinamento sulla salute
riproduttiva umana sono drammatiche, non solo per aumento di
infertilità, ma anche per l’aumento di abortività e
malformazioni. In una area tristemente famosa della Sicilia, Augusta -
Priolo - Melilli, in conseguenza di uno sviluppo industriale
“selvaggio”
e di un inquinamento specialmente dovuto al mercurio, le malformazioni
sono passate dall’1,5% degli anni '80 al 5,5% del 2000. In un momento
in cui nel nostro Paese è in atto un acceso dibattito sul valore
della vita, che spazia dalla eutanasia all’interruzione volontaria di
gravidanza, perché queste considerazioni non entrano nel
dibattito e questi dati non vengono presi in considerazione,
neppure come elemento di riflessione? Non è forse altrettanto
moralmente colpevole chi interrompe la vita alterando irrimediabilmente
l’ambiente in cui questa si sviluppa, rispetto a chi singolarmente
decide di farlo, indotto magari da situazioni contingenti o
sofferenze che nessuno conosce?
Appare inoltre per lo meno
irrazionale che in un mondo quale il nostro, così attento ai
risvolti economici, non venga tenuto in debito conto che non prestare
attenzione all’ ambiente non è certo un “buon affare”:
l’Associazione Italiana di Economia Sanitaria (AIES), secondo i dati
riportati dal Sole 24 ore del
dic. 2006, ha calcolato che nel 2001 il
costo complessivo dei danni da trasporto su strada e dall’uso di
energia da combustibile fossile sia stato pari a 36,3 miliardi di Euro
(3% del PIL), ovvero il
35% della spesa sanitaria complessiva (pubblica e privata) per 627
Euro procapite.
Una recente ricerca (2) stima che
da 316.000 a 637.000 bambini ogni anno
nascono, solo negli U.S.A, con una quantità di mercurio nel
cordone ombelicale superiore a 5,8 microgrammi/litro - quota associata
a deficit del Q.I. (quoziente intellettivo). Il mercurio, alle alte
temperature, è un gas ed attraverso processi di bioaccumulo,
i grossi pesci ne rappresentano uno dei maggiori ricettacoli. Gli
Autori valutano la perdita di PIL nel loro Paese per riduzione del
Q.I. da mercurio pari a 8,7 miliardi di dollari all’anno. Ricordiamo i
costi collegati a quella “mistura insalubre”- come la
definisce il New England Journal
of Medicine - che è
l’aria delle nostre città. Il particolato PM (particolate
matter) che respiriamo proviene in primo luogo dal
traffico
veicolare, ma anche dalle attività antropiche che
comportano combustione, ed occupa ormai la cronaca
quotidiana dei media.
Respirare aria con una alta
quantità di PM è oltremodo nocivo, e più le
particelle sono di minori dimensioni, più esse sono pericolose,
in
quanto passano dagli alveoli polmonari al torrente
circolatorio ed arrivano a tutti gli organi, inclusi rene, fegato,
cuore,
cervello. Si viene inoltre ad innescare nel nostro organismo una sorta
di “infiammazione generalizzata”, con un’attivazione a “cascata” di
tutti quei sistemi che hanno azione protrombotica ed aumentano pertanto
non solo i rischi respiratori, ma anche quelli di tipo ischemico,
specie di natura cardio-vascolare e cerebrale.
Per per ogni incremento di 10
microgrammi/mc di PM2.5, si calcola un
aumento di rischio di
mortalità per cancro al polmone dall’8 al 14% e del 12% per
patologie cardio-circolatorie. Si stima che in Europa solo per il PM2.5
ci sono 384.000 morti/anno. Tali rischi sono ancor più
accentuati per il sesso femminile ed il concetto che le donne siano le
“sentinelle” dell’ambiente è stato recentemente confermato: sul
NEJM (3): ricercatori americani hanno evidenziato che ad ogni
incremento di 10 microgrammi/mc di PM2,5, si
accompagna un
incremento del 24% del rischio di eventi cardiovascolari e del 76% del
rischio di morte in una popolazione di donne senza precedenti
cardiologici.
Le stime dell’OMS in proposito
sembrano veri bollettini di guerra: l’OMS infatti ha valutato che in
tredici città italiane con oltre 200mila abitanti - pari al 16%
della popolazione italiana - per il PM10
superiore a 20 microgrammi/mc siano attribuibili 8.220 morti/anno (di
cui 742 casi di morti
per cancro al polmone, 2.556 per infarto, 329 di ictus). Sempre l’OMS
sostiene che riducendo l’inquinamento atmosferico l’Italia potrebbe
risparmiare 28 miliardi di euro l’anno, l’equivalente di una manovra
finanziaria. Ricordiamo infine che esiste una recente letteratura che
dimostra come il particolato più fine possa arrivare al cervello
direttamente attraverso la via olfattiva (4); qui si presume che possa
innescare dei processi di tipo simil-infiammatorio e di danno
ossidativio con deposizione di amiloide, sostanza coivolta nella genesi
di malattie neuro-degenerative come l’alzheimer, di cui si registra un
preoccupante incremento in tutto il mondo industrializzato.
Le
conseguenze sociali, sanitarie ed economiche legate all’aumentata
incidenza delle patologie neoplastiche sono elevatissime e rischiano di
andare fuori controllo: si calcola (5) che in Italia il costo dei farmaci
antiblastici sia di 580 milioni di Euro/anno, con un costo medio per
paziente/anno da 15.000 a 50.000 Euro, ed un costo complessivo
per il Sistema Sanitario Nazionale di 7 miliardi di Euro.
La stessa l’OMS ci ricorda quanto
la salute dell’ambiente e la salute dell’uomo siano strettamente
correlate: con comunicato del 16 giugno 2006 l’OMS ha stimato
che un quarto di tutte le malattie negli adulti e un terzo di tutte le
malattie nei bambini sotto i cinque anni siano determinate da
problemi di origine ambientale. La maggior influenza sulla salute dei
bambini è presto spiegata: essi, a parità di peso,
introducono maggior quantità
di aria, acqua, cibo rispetto ad un adulto, i meccanismi di
detossificazione non sono completi, la sensibilità di
organi ed apparati non ancora completamente formati è maggiore
rispetto alla
maturità. In definitiva è universalmente
accettato che i bambini e gli organismi in via di sviluppo sono molto
più sensibili all’inquinamento ambientale rispetto
agli organismi adulti.
Un vastissimo gruppo di patologie
è legato all’ambiente e dobbiamo convincerci che tutto
ciò che noi gettiamo e disperdiamo, ci ritorna
attraverso l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che
mangiamo. In un mondo affamato di petrolio, sembra che ci si dimentichi
che il primo “combustibile” di cui tutti abbiamo bisogno è il
cibo, e che cibo, aria ed acqua puliti sono beni primari non
inesauribili.
Il danno che stiamo creando
all’infanzia e alle generazioni future deve farci
riflettere; tre esempi potranno aiutare a capire meglio il
problema. Innazitutto l’aumento dei tumori nell’infanzia
(6): a fronte degli incoraggianti risultati ottenuti nella cura e nella
guarigione, è ormai confermato che in Europa le neoplasie
infantili sono in aumento di 1,2% all’anno nei bambini di età
compresa tra 0 e 14 anni, e di 1,5% all'anno in quelli di età
dai 14 ai 19 anni, con trend in crescita. Lo stile di vita, a cui
spesso viene attribuito il ruolo eziologico principale in queste
malattie, difficilmente può essere chiamato in causa per i
tumori che insorgono in queste età, in cui è viceversa
logico pensare che siano i fattori ambientali a rivestire un ruolo
preponderante.
In secondo luogo, ricordo quanto
apparso sul NEJM (7) circa la funzione respiratoria nei bambini. Questo
studio ha dimostrato che nel 56% di bambini in buona salute che vivono
in una città inglese di medie dimensioni - con parametri
dell’aria entro i limiti di legge
- la capacità respiratoria è ridotta in modo direttamente
proporzionale alla presenza di
particelle carboniose nei macrofagi delle vie aeree, e che
queste particelle sono direttamente correlate all’incremento di PM10
nell’aria. Si
sa che la funzione polmonare si sviluppa - e raggiunge la piena
maturità - intorno ai venti anni; pertanto, se i bambini
respirano
aria inquinata - anche se nei limiti
di legge - lo sviluppo della
loro capacità respiratoria sarà compromesso, ed è
logico
pensare che questo si tradurrà in un danno per la loro vita
adulta.
Infine - e questo è ancora più drammatico -
l’allarme lanciato dai ricercatori dell’Harvard School of
Public Health U.S.A su Lancet online il 7 novembre 2006 circa la “pandemia
silenziosa” per il danni al cervello dei bambini dovuti a sostanze
chimiche
ed inquinanti vari. Questi
ricercatori stilano un
elenco di 202 sostanze, ma presumono che innumerevoli altre abbiano i
medesimi effetti (8). Il cervello infantile ed il sistema nervoso in
via di sviluppo in generale rappresentano “organi bersaglio” per
miriadi di sostanze tossiche e nocive per gra parte lipòfile.
Nel feto e nell’embrione infatti, mancando ancora il tessuto adiposo
vero e prorio, l’organo più ricco di grasso è il
cervello. I ricercatori americani stimano che, nel mondo e a causa dell’esposizione durante la vita
fetale a questi agenti, un bambino su
sei subisca disturbi di tipo neurologico comportamentale, come deficit
di
attenzione, iperattività, diminuzione del quoziente
intellettivo.
Spesso ci sentiamo rassicurati
dal fatto che gli inquinanti sono nei limiti
di legge, ma le “basse dosi” non sone certo scevre da danni
(9) e dimentichiamo che i limiti di
legge sono sempre un compromesso
fra interessi economici e conoscenze scientifiche, e ciò che
è considerato sicuro in determinato periodo può non
esserlo più successivamente (rif. benzene, diossine, ecc).
Inoltre, per quanto attiene la salute umana,
(i) esistono effetti sinergici di
tossicità fra sostanze ritenute
singolarmente sicure,
(ii) la suscettibilità
varia da individuo ad
individuo e anche nella persona stessa a seconda delle condizioni
contingenti (salute, malattia),
(iii) nei fenomeni biologici
non
è vero che l’effetto vada di pari passo con la dose, per cui a
dosi
basse l’effetto nocivo diminuirebbe (come nel caso di radiazioni
ionizzanti o del cadmio (nota 1), esposizioni anche piccole possono
essere ben più pericolose di esposizioni a dosi
alte),
(iv) i limiti
di legge sono calcolati sulle
persone adulte e non considerano la popolazione
più fragile e suscettibile (donne gravide, neonati,
bambini, anziani; nota 2).
In questo contesto così
drammaticamente preoccupante in cui il nostro modello stesso di vita e
di società deve essere ripensato, l’organizzazione delle nostre
città radicalmente rivista e tutte le attività antropiche
riconsiderate, il problema dello smaltimento dei rifiuti rappresenta, a
nostro avviso, davvero l’emblema di un mondo ed una società
malata ed un perfetto esempio in cui invece di risolvere il problema si
corre il rischio di crearne uno ancora più grande e la cura
diventa peggiore del male.
Paradossale appare infatti la
strada che in tutta Italia viene imboccata per lo smaltimento dei
rifiuti privilegiandone l’incenerimento piuttosto che una seria
politica di riduzione riuso, recupero, riciclo, compostaggio
dell’organico, ecc. In tutto il nostro Paese, con una quota/pro-capite
di oltre 500 Kg/anno (con punte di oltre 1.000 Kg in alcune
realtà), ben lontani quindi dai 300 Kg/anno di rifiuti
pro-capite raccomandata dalla Unione Europea, non viene condotta alcuna
seria
politica della loro riduzione, anzi si prevede un aumento
generalizzato di rifiuti per giustificare l’ mpliamento e la
costruzione di nuovi inceneritori. Tali impianti sono furbescamente
spacciati per “termovalorizzatori”; dico
“furbescamente”, perché l’incenerimento viene contrabbandato per
fonte rinnovabile di energia,
usufruisce
illegittimamente e truffaldinamente degli incentivi CIP6: nel 2005, ad
esempio, sono stati dirottati
per questo scopo 3.998 Euro (circa il 70%) a chi gestisce anche la
raccolta differenziata, e ovviamente riceve tanti
più soldi quanti più rifiuti brucia.
Possiamo ingannare i cittadini,
l'Unione Europea, al limite noi stessi, ma la Natura non si fa
ingannare: secondo recenti dati di Greenpeace
un KWh ottenuto
da termovalorizzazione dei
rifiuti è quello gravato dalla
maggior emissione di CO2: 940 g contro i 904
g che si producono da
combustione di carbon fossile. L’Italia ha
aderito al protocollo di Kyoto
ed invece di diminuire le proprie
emissioni del 6,5% entro il 2010, come concordato, le ha aumentate dal
1990 al 2004 dell’11,6%. Anche questo graverà non poco sulle
nostre finanze, come le multe per i procedimenti d’infrazione aperti
contro il nostro Paese dalla Unione Europea.
Si tratta pertanto di una
battaglia fondamentale, anche di grande valore simbolico: il rifiuto
è solo l’ultimo anello di una catena malata, creato dalla civiltà dell'usa e getta in
cui costa meno ricomperare l’oggetto nuovo piuttosto che
ripararlo; finiamo così per produrre sempre più cose a
vita breve e che dobbiamo distruggere in fretta perché non
sappiamo più dove
metterle. Dobbiamo invertire con decisione questa tendenza che porta a
sprecare e distruggere anzitempo energia e materia, ed imparare dalla
Natura, in cui i processi sono ciclici e non lineari e per la quale non
esiste rifiuto.
Anche l’Emilia-Romagna, ha scelto l’incenerimento
come politica pivilegiata per lo smaltimento dei rifiuti, nonostante la
pianura padana sia una delle aree più inquinate del pianeta e la
situazione epidemiologica del nostro territorio non sia
tranquillizzante. A questo proposito, ricordando che le donne sono le
“sentinelle dell’ambiente”, e non del tutto casuale può apparire
il fatto che l’incidenza di cancro nel sesso femminile che si registra
nella regione è la più alta di tutta Italia. Parma detiene il “record” con 441
donne
su 100mila che si ammalano di cancro ogni anno, rispetto ad una media
in Italia di 390 casi su 100mila; a seguire Ferrara con 434 casi, la
Romagna con 425, Modena con 411. In Emilia-Romagna, con gli incrementi
di impianti di incenerimento previsti, da circa 480.000 t/anno di
rifiuti attualmente combusti, si arriverà a bruciarne oltre
1.000.000 t/anno. Gli inceneritori, in base all’art. 216 del testo
unico delle Leggi Sanitarie (G.U. n. 220 20/09/1994), sono
classificati come industrie insalubri di classe prima. La legge
italiana tuttavia impone solo controlli per
alcuni inquinanti e solo per poche ore all’anno, la maggior parte dei
quali vengono forniti con autocertificazione dai gestori degli impianti
stessi, condotti sempre - guarda caso - nei momenti di miglior
funzionamento dell’impianto e senza tener conto dei
periodi di accensione, spegnimento, malfunzionamento in cui si
verificano i maggiori sforamenti.
Inoltre, secondo quanto espresso
nell’art. 21 del D.lgs 228 18 maggio 2001, le zone agricole
caratterizzate per qualità e tipicità dei prodotti non
sono idonee ad ospitare inceneritori: in Francia ed in Belgio gli
inceneritori sono stati chiusi e sono stati abbattuti migliaia di capi
di bestiame, perché il latte era inquinato da diossine e
cogeneri. Per le sostanze ad effetto cancerogeno
certo per l’uomo, non esistono limiti soglia, nel senso che qualsiasi
quantità di tali sostanze rappresenta un rischio per la
salute: una tabella pubblicata dagli Annali 2004 dell’Istituto Superiore di
Sanità riporta la cancerogenicità di alcune
delle sostanze emesse dagli inceneritori; fra queste, a livello I
secondo la IARC (International
Agency Research Cancer) -
ovvero cancerogeni certi per l’uomo - troviamo arsenico, berillio,
cadmio, cromo, nichel, benzene, e ovviamente la diossina TCDD e proprio
su quest’ultima occorre esprimere alcune ulteriori
considerazioni.
Gli inceneritori sono in Europa al
secondo posto, dopo acciaierie come produttori di diossine secondo i
dati del 2004, ed al primo posto viceversa in Giappone che ha scelto
l’incenerimento come metodo principale dello smaltimento dei rifiuti.
In Europa la quantità di diossine emesse da inceneritori
rappresenta il 24%. La stima dell’esposizione
di fondo (TCDD e similari) nei Paesi dell’Unione Europea è
compresa fra 1,2 e 3,0 pg/WHO TEQ/Kg pro-capite; tali limiti sono
ampiamenti superati in diverse realtà: qualsivoglia ulteriore
esposizione porterebbe facilmente a superare le soglie che la stessa
Unione Europea raccomanda. Si tratta di sostanze, le diossine in
particolare ed i loro cogeneri lipòfile, che possono persistere
nell’ambiente fino a 12 anni, assunte per oltre il 90% tramite la
catena alimentare.
L’azione di queste sostanze si
esplica a livello ormonale in quanto mimano l’azione degli ormoni, in
particolare qualli femmininili (estrogeni), e vanno ad interferire con
le complesse e molteplici funzioni del nostro organismo. Sono da
correlare a questo tipo di inquinamento ambientale l’aumento di
incidenza del diabete, i disturbi alla tiroide, l’infertilità e
tutti i tumori ormono correlati (mammella e
prostata), disturbi della sfera riproduttiva, aumento di
abortività spontanea, malformazioni, disturbi a carico del
sistema immunitario, aumento di linfomi e sarcomi.
E' da ricordare, in proposito,
un recente studio della Regione Veneto che ha confermato quanto
già era stato evidenziato in Francia e a Mantova, ossia come
queste sostanze siano legate ad un incremento statisticamente
significativo di tumori relativamente rari, quali i sarcomi,
considerati
tumori “spia” o “sentinella” di inquinamento da diossine. Lo studio,
condotto in provincia de Venezia, ha evidenziato che il rischio
è
direttamente correlato a durata e quantità di esposizione con
un rischio relativo, risultato in un “cluster”, fino a 20 volte
l’atteso. Da questo studio emerge chiaramente che
gli inceneritori più pericolosi sono quelli per rifiuti urbani,
seguiti da quelli per rifiuti ospedalieri ed infine da quelli per
rifiuti industriali.
Complessivamente, la maggior parte degli
studi epidemiologici condotti su popolazioni residenti in
prossimità di inceneritori od in lavoratori addetti (pur con
tutti i limiti che questi studi presentano) ha dimostrato una
associazione statisticamente significativa col cancro, in particolare
per neoplasie infantili, linfomi non-Hodgkin, tumori al polmone,
sarcomi. Recenti studi di autori giapponesi (11) hanno
evidenziato, su una popolazione di 450.807 bambini, che sintomi quali
ansimare, mal di testa, mal di stomaco e stanchezza sono
significativamente associati alla vicinanza della scuola
frequentata ad impianti di incenerimento per rifiuti.
L’associazione Medici per
l’Ambiente già un anno fa affermava che incenerire i rifiuti
è pratica inutile,
costosa e soprattutto molto pericolosa per la salute. Allora,
- perché non cambiare rotta?
- perché non eliminare
rischi
assolutamente evitabili di un massivo incenerimento di rifiuti con una
seria politica di smaltimento che preveda innanzitutto una loro
riduzione tramite una seria raccolta differenziata (nota 3) in tutto il
nostro Paese?
- perché non vedere in
questo gravoso ed ineludibile
problema l’occasione per imboccare quella "strada virtuosa” che,
partendo dai rifiuti, tocchi ogni aspetto della vita
individuale e collettiva, e che sola può salvarci da una
imminente catastrofe globale?
- perché non
riscoprire il
valore di un vecchio detto Prevenire
è meglio che curare”?
- perché la Medicina dovrebbe solo cercare di porre rimedio
a
patologie per la massima parte provocate da scelte politiche
irrazionali, dettate soltanto da un cieco interesse economico
immediato?
- perché, come l’art. 5 del nostro Codice deontologico recita,
non ci si dovrebbe adoperare affinchè anche l’ambiente ove
l’uomo vive e
lavora goda di buona salute?
- perché non sarebbe compito del Medico
pensare anche alla vita che verrà, e richiamare l’attenzione
sull’uso delle risorse della Terra allo scopo di garantire alle
generazioni future pari possibilità di vita?
Oggi più che mai
riaffermare con forza il diritto all’Ambiente e alla Salute significa
riaffermare il diritto alla Vita - diritto ad una Vita piena e
sana per tutti. A nostro parere, questa è la missione ultima del
nostro essere medici.
Patrizia
Gentilini (Associazione Medici per l’Ambiente, ISDE Italia)
_____________
febbraio 2007
Bibliografia e note
1) www.mlo.noaa.gov/LiveData/FDataccg.htm
2) L. Transande et al.
Envir. Health Perspectives, 113, 5 - 2005
3) Kristin A. Miller et al.
N Engl J Med 356: 447-58 - 2007
4) Annette Peters et al.
Particle and Fibre Toxicology 3, 13 - wwwparticleandfibretoxicology.com/content/3/1/13
5) SOLE 24 ORE "Speciale Ricerca" - 23 settembre 2005 p. 9
6) Steliarova Foucher et al.
Lancet, 11, 17; 364(9451): 2097-2105 - 2004
7) Neeta Kulkarni et al.
N Engl J Med 355: 21-30 - 2006
8) www.hsph.harvard.edu/neurotoxicant/appendix.doc
9) D.T. Wigle - www.plosmedicine.org - 2005
10) Bruce P. Lanphear et al. Envir.
Health Perspectives 114, 10 - 2006
11) Miyake Y et al. Eur
J Epidemiol 20, 12: 1023-9 - 2005
Nota 1 : Il cadmio
è un
cancerogeno certo per "esposizione professionale” ma, a dosi
bassissime, quali quelle cui tutti siamo esposti, interferisce con i
meccanismi di riparazione del DNA ed aumenta la nostra
suscettibilità a tutti i processi di trasformazione oncogena.
Nota 2 : A
questo proposito è opportuno richiamare quanto
affermato nell’ottobre 2006 da Bruce P. Lanphear (10) del Children’s
Environmental Health Center di Cincinnati (U.S.A.): “a dispetto del
grande affetto che noi abbiamo per i bambini e della grande retorica
della nostra società sul valore dell’ infanzia, la
società è riluttante a sviluppare quanto necessario per
proteggere i bambini dai rischi ambientali”.
Nota 3 : Si
rammenta che quest’ultima, quando praticata col giusto metodo
(ad esempio, “porta a porta”) ha dimostrato di raggiungere l’80% in
pochi mesi, con un'ottima “materia seconda” ricercata dalle filiere
produttive.