Lettera aperta all'Associazione Medici per l'Ambiente
Cari
amici e colleghi,
scrivo di getto questa breve lettera aperta che intende essere
una rinnovata richiesta di alleanza in favore del pianeta e dei
suoi abitanti (in primis dei
bambini di homo sapiens, ma
anche di miliardi e miliardi di creature - elefanti e meduse, batteri e
aironi - che popolano da milioni di anni la biosfera), ma anche una
richiesta di chiarimento al nostro interno.
Da decenni, diciamo almeno dai tempi ormai lontani di Seveso e poi di
Chernobil, combattiamo una difficile lotta, essenzialmente finalizzata
a denunciare i pericoli insiti in una civiltà iper-tecnologica e
dominata dalla bronzea legge del profitto di pochi a danni dei molti e
delle sempre più improbabili generazioni future.
Da decenni viviamo la contraddittoria condizione dei tecnici che
cercano con serietà di capire le cause e i meccanismi di una
deriva auto-distruttiva che comincia a dare i suoi primi frutti di
morte; che con impegno cercano tutti i giorni di alleviare le
sofferenze fisiche, psichiche e spirituali di alcune tra le vittime di
un sistema economico, produttivo, tecnologico e socioculturale sempre
più unico/globale, che potrebbe offrire benessere e salute a
tutti, ma che giorno dopo giorno mostra sempre di più le sue
tremende potenzialità distruttive nel medio-lungo termine.
Personalmente vivo questa lacerazione sotto forma di crisi interiore,
che da anni ormai non mi permette di esercitare con serenità una
professione che amo e che reputo tra le più nobili e
indispensabili.
Fin dai primissimi anni
’80 ho cercato di trovare ascolto e interesse,
specie nell’ambito della pediatria nazionale, sui temi (che reputavo e
reputo drammaticamente importanti) dell’emergere di sempre nuovi
patogeni come espressione di un alterato equilibrio (per mano umana e
in pochi decenni) degli ecosistemi microbici e del manifestarsi di
quella che il grande storico della medicina Mirko Grmek aveva definito
come trasformazione
patocenotica, cioé la drammaticamente rapida - e quindi
estremamente pericolosa - alterazione del rapporto tra microorganismi e
ambiente, conseguente ad una anomala pressione esercitata dall’uomo e,
in particolare, alla diffusione nell’ambiente di decine di migliaia di
molecole chimiche artificiali e alla conseguente alterazione degli
equilibri biochimici e climatici e degli apparati omeostatici e
mnemonici (genetico, neuroendocrino, immunologico) propri degli esseri
viventi.
Esistono ormai migliaia di lavori scientifici che dimostrano la
pericolosità di queste trasformazioni ambientali e i loro
effetti potenzialmente devastanti sull’intera biosfera e sulla stessa
genosfera. Alcune tra le più prestigiose università e
riviste scientifiche del mondo hanno recentemente lanciato un allarme
inerente alla pandemia silenziosa di danni neuroendocrini permanenti,
che riguarda un bambino su dieci in tutto il mondo, legata alla
diffusione planetaria di metalli pesanti, endocrine disruptors, particolato
fine e ultrafine in atmosfera, sistemi idrici, ecosistemi, catene
alimentari.
E’ sempre più evidente che la nostra civiltà e l’intera
biosfera sono a rischio. Eppure ancora oggi in meeting e congressi, in
larga misura finanziati da Big Pharma
e corporations, e sui media
internazionali molti (troppi) uomini di scienza, ricercatori, biologi,
medici si affannano a difendere l’insostenibile modello/sistema di
sviluppo dominante e a negare l’incombere di quella che rischia di
essere una catastrofe biologica (ancor prima e più che
climatica) di dimensioni epocali.
Personalmente vivo tutto questo con un sentimento di angoscia e di
impotenza. Cerco da anni di diffondere dati rigorosamente scientifici e
di sensibilizzare e informare amici e colleghi, con effetti
insignificanti, unico motivo per cui mi capita di rammaricarmi di una
scelta di vita appartata e marginale, che del resto mi ha consentito e
consente di avere molto tempo per leggere e studiare.
Recentemente ho avuto modo di partecipare (dopo 20 anni di volontario
distacco da congressi e convegni medici) al Congresso Nazionale AIE,
dove ho presentato una relazione sui danni da particolato fine e
ultrafine e ascoltato numerosi interventi, tesi a denunciare con
veemenza la pericolosità del fumo da sigaretta e di
un’alimentazione poco corretta, e a ridimensionare il problema
dell’inquinamento ambientale e della catena alimentare, conseguente
alle migliaia di grandi impianti industriali e di produzione energetica
(tra i quali ci si ostina ad annoverare gli inceneritori di rifiuti
solidi urbani) che chiunque sia dotato di un minimo di raziocinio e di
onestà intellettuale non può non riconoscere causa prima
tanto dell’imminente esaurimento, quanto del potenzialmente
irreversibile inquinamento delle risorse energetiche, idriche,
alimentari e genetiche del pianeta.
Tra questi difensori ad oltranza di un modello/sistema che sta
avvelenando e uccidendo i nostri bambini e stravolgendo la biosfera e
persino tra i difensori degli inceneritori di rifiuti - impianti
riconosciuti in tutto il mondo tra i più inutili, energivori,
distruttori di materiali preziosi, produttori di molecole tra le
più tossiche mai prodotte dall’uomo (metalli pesanti, endocrine disruptors, particolato
ultrafine) - ho ritrovato, con stupore, persone che stimo e che
appartengono a un’associazione importante come ISDE, che pure si
è pronunciata a più riprese in modo chiaro e
inequivocabile contro queste fabbriche di morte e che deve e può
svolgere un ruolo importantissimo nell’ambito del dibattito
scientifico, culturale e morale (!) che nei prossimi mesi/anni non
potrà che assumere un rilievo centrale anche nel nostro paese.
In questa prospettiva e al fine di trovare all’interno di ISDE quella
uniformità di posizioni necessaria per svolgere un ruolo sempre
più incisivo e significativo nel dibattito suddetto, propongo e
chiedo con urgenza un incontro/confronto tecnico tra tutti gli aderenti
all’associazione, che dovrebbe vertere sulla tematica più
generale dell’impatto dell’attuale modello/sistema di produzione e
sviluppo fondato sulla combustione di combustibili fossili ed altri
materiali e in primis sul problema conseguente dell’inquinamento
atmosferico e planetario in genere, con particolare riferimento al tema
nuovo e fin qui enormemente sottovalutato della diffusione
nell’ambiente ed all’interno degli organismi viventi del particolato
ultrafine e dei materiali nanobiotecnologici.
Credo infatti che negli ultimi anni (2003-2007) si sia andata
accumulando una letteratura scientifica veramente imponente, che non
solo chiarisce in modo definitivo il ruolo di alcuni impianti
industriali e in particolare degli inceneritori di rifiuti solidi
urbani nella produzione ed emissione nell’ambiente di enormi
quantità di particolato ultrafine e delle molecole tossiche
suddette; non solo dimostra gli effetti drammatici di tali impianti
sulla salute delle popolazioni direttamente e indirettamente esposte;
ma fornisce anche grande evidenza scientifica al tema suaccennato della
drammatica pericolosità del particolato ultrafine, legata alla
capacità dello stesso di veicolare all’interno di microrganismi
ed organismi le sostanze e molecole in assoluto più tossiche mai
prodotte, alla sua capacità di penetrare direttamente nel SNC e
nel tessuto cerebrale attraverso i nervi cranici, alla sua
capacità e di determinarvi (per diretta interferenza con i
fattori di trascrizione genica delle cellule gliali) la produzione
cronica di citochine e la stessa deposizione di amiloide, alla sua
capacità di penetrare direttamente negli alveoli polmonari, bypassando le alte vie aeree e
quindi i sistemi meccanici ed enzimatici di difesa, alla sua
capacità di tappezzare le stesse pareti alveolari, di
paralizzare e stimolare in modo paradosso macrofagi e cellule
dendritiche con attivazione graduale di processi flogisitici locali e
sistemici, alla sua capacità di passare rapidamente in circolo,
di penetrare negli endoteli, di attivare anche qui un processo
flogistico cronico che apre la strada all’aterosclerosi e determina una
condizione di flogosi cronica sistemica del microcircolo e di tutti i
tessuti nobili.
Tutto questo dovrebbe invitarci a meditare sul vero significato
dell’invito della Royal Society
(2004) a considerare il particolato ultrafine un agente patogeno e
genotossico del tutto nuovo, ed a porre le basi di una rivoluzione in
campo bio-medico paragonabile a quella “quantistica” che
trasformò la fisica agli inizi del XX secolo; dovrebbe spingerci
a capire che quello che stiamo conducendo è un folle esperimento
in vivo che rischia di trasformare in pochi anni l’intera genosfera;
dovrebbe spingerci a rifiutare per sempre i ragionamenti epidemiologici ex post, secondo cui dovremmo
attendere dieci o vent’anni per “contare morti e feriti”: questa volta
potrebbe essere veramente troppo tardi !
Ernesto
Burgio
8 marzo 2007